Piccolo ritratto di Poggioli

Poggioli comparsa in Sorelle Materassi

Poggioli comparsa legge un quotidiano alla rovescia in Sorelle Materassi (1944)

 

Ingrato destino quello di Ferdinando Maria Poggioli, che il ciclo televisivo della iii rete rai, curato da Giuseppe Cereda, varrà forse a risarcire. Era nato il 15 dicembre 1897 ed è morto nella notte fra l’1 e il 2 febbraio 1945, a 47 anni, quando Roma era già stata liberata e il cinema italiano si accingeva a risorgere dalle ceneri. Tutti coloro che lo hanno conosciuto non esitano a dire che sarebbe stato uno dei protagonisti del cinema del dopoguerra; ma la morte lo ha colto stupidamente: una fuga di gas, ed è escluso che possa essersi trattato di suicidio [tuttavia Claudio Gora e Maria Denis lo credono; Gora dice: «Caduto il cinema, con l’avvento della guerra, rimasto senza fare più niente o quasi, Poggioli mise su un negozietto di antiquariato in via Margutta e si sedette lì, in attesa di vendere, vivacchiando, profondamente solo e forse profondamente deluso, fino al giorno in cui questa solitudine e questa delusione gli pesarono di più e si tolse la vita»; e Denis: «Nell’immediato dopoguerra io fui all’estero e quando tornai mi diedero la notizia che era morto. Per una fuga di gas. Era stata una disgrazia o si era tolto la vita? Il dubbio mi rimase per molto tempo. Un fatto è certo: era un uomo disperatamente solo»].

Di lui ci restano pochi film, e qualche testimonianza. I primi sopravvivono nelle cineteche; cinque fanno parte del ciclo: Addio giovinezza! (1940), Sissignora (1941), La morte civile (1942), Gelosia (1942), Il cappello da prete (1943 ma uscito alla chetichella alla fine del 1944); altri due sono reperibili: La bisbetica domata (1942) e Sorelle Materassi (1943 ma uscito anch’esso nel 1944). Degli altri, pare minori, non si sa niente: Arma bianca (1935), realizzato in collaborazione con Baldassare Negroni [«supervisione artistica», successivamente reperito ma con il finale solo sonoro], Ricchezza senza domani (1939), L’amore canta (1941), L’amico delle donne (1943), oltre all’incompiuto Sogno d’amore (1943) [di cui sopravvivono 30’ di ciak muti].

Un ciak di Sogno d'amore 

Come si vede da questi elenchi, Poggioli ha lavorato molto intensamente in un arco brevissimo di anni: una dimostrazione, se non altro, del suo grande professionismo, perfezionatosi negli anni in una carriera che lo ha visto – a cominciare dal 1930 – assistente di Blasetti e Righelli, direttore di doppiaggio, autore di cortometraggi [Paestum (1932), Il presepe (1932), Impressioni siciliane (1933)] e soprattutto montatore (il suo debutto in questo campo è stato nel 1935, con La signora di tutti di Max Ophuls). Su questa intensa attività le testimonianze dell’epoca e le dichiarazioni di Poggioli sono però assai scarse, e solo con un paziente lavoro di ricerca si riesce a saperne qualcosa.

Sentiamo innanzitutto Poggioli: «La mia giovinezza non è stata felice: tutt’altro». «Ho cominciato come nelle leggende, dalla cosidetta gavetta. Facevo la comparsa alla Cines, per Blasetti […]. Erano i tempi di Resurrectio [1930, ma uscito l’anno successivo]. Poi, un bel giorno, rimasto senza un soldo in tasca, mi sono presentato a un carissimo e autorevole amico che conosceva quelli della Pittaluga e gli ho chiesto lavoro. Così, a La canzone dell’amore [di Gennaro Righelli, 1930] feci il segretario di edizione…». «M’è parso di toccare il cielo con un dito». «Questa mia attività [di montatore], che può sembrare trascurabile, ha però la sua grande importanza. Credo che una lunga e continua esperienza di montaggio è non solo utile ma addirittura indispensabile quale preparazione alla regia. Ecco perché mi piace ricordare il mio oscuro lavoro di forbici e acetone».

«Poggioli era veramente un regista completo», ricorda Claudio Gora che è stato suo attore in Ricchezza senza domani. «Di lui si racconta un episodio favoloso. Iniziò come montatore, ed era un montatore piuttosto in gamba. Si girava un film prodotto da Eugenio Fontana […]. Un certo giorno Poggioli, che ne curava il montaggio a Cinecittà, si avvicinò a Fontana e gli disse: “Commendatore, ho finito il montaggio”. “Ma come, abbiamo ancora tre giorni di riprese e tu hai finito il montaggio?”. “È inutile che lei vada avanti. Il montaggio è chiuso. Perfetto. Passiamo al doppiaggio immediatamente”. La cosa fece il giro di Cinecittà. E aveva ragione Poggioli» [il film in questione potrebbe essere Diamanti (1939) di Corrado D’Errico o Piccoli naufraghi (1939) di Flavio Calzavara (1939), entrambi prodotti da Fontana]. Così lo ricorda un giornalista sul set di Ricchezza senza domani: «Poggioli, il regista di moda, seduto accanto alla macchina, accompagnava e seguiva con la beatitudine in volto e il fazzoletto in mano la recitazione dei suoi attori. Lo vidi così. Socchiudeva gli occhi. Poi sorrideva quasi estasiato. Mormorava parole con voce lievissima come se pregasse. Invece, ad ascoltar bene, diceva: “[Lamberto] Picasso bevi… Così… Deponi il bicchiere… Sorridere Doris [Duranti]… Bevete anche voi… Girate”. Poi, d’improvviso, gettò indietro le mani come fa un direttore d’orchestra quando tronca deciso l’ultima nota. Un’esclamazione esultante: “Stop. Benissimo. Grazie”. E si asciugò leggiadramente il sudore». Questo ritratto dell’uomo al lavoro merita di essere completato. Ha detto Sergio Amidei, che è stato suo sceneggiatore: «Poggioli era un bolognese simpatico, straordinario, allegro, esuberante. Un omone, una specie di fratacchione grosso, pesante, con una mano con un piccolo difetto. Uomo di grande curiosità, grande cultura, buonissime amicizie letterarie e artistiche […]». Lattuada, che ha lavorato con lui in Sissignora, lo ricorda come un estroverso, un neopagano, un amante della vita, gran mangiatore, omosessuale senza complessi, interessato di antiquariato e dotato di un talento istintivo assai più che riflessivo. E Leonardo Cortese, protagonista dello stesso film: «Quando si giravano delle scene o drammatiche o patetiche o piene d’amore voleva un’atmosfera particolare, creava attorno agli attori un’atmosfera adatta. Prima di girare si preparava a tavolino, si discuteva moltissimo sui personaggi, anche prima di iniziare il film. Insomma, non era un improvvisatore, era un regista profondamente serio, amante del suo lavoro, e mai banale».

Più laconiche le dichiarazioni “d’autore” di Poggioli: «Quando mi offrirono di dirigere Addio giovinezza! ne fui contento e preoccupato nello stesso tempo. Contento perché il genere del lavoro, quella sottile malinconia che racchiude, mi piaceva molto: la sentivo. Preoccupato perché, nella sua estrema semplicità, Addio giovinezza! era pieno di insidie anche per un regista più scaltrito di me. La vicenda tenue di Dorina e Mario è ormai così popolare in Italia che era necessario affrontarla con delicatezza estrema e con estremo rispetto. Rispetto, soprattutto, per quella che è l’essenza poetica della commedia, il pathos, fatto di nulla, di sentimenti appena espressi, di sfumature, di mezze tinte. […] Per di più il film, ambientato a Torino, doveva avere quella caratteristica, spiccatamente torinese, di spensieratezza e di signorilità insieme».

poggioli dirige

Poggioli dirige Adriano Rimoldi e Maria Denis al Valentino in Addio giovinezza! (1940)

Il cinema di Poggioli può sembrare accademico. I suoi adattamenti letterari, la sua minuziosa ricerca di ambienti (interni ed esterni) estremamente esatti, curati nel dettaglio, possono far pensare a una “tradizione della qualità” italiana, antesignana del cinema di un Castellani o di un Bolognini, nonché del teleromanzo; ma anche di Visconti. Nelle pieghe della realtà troppo ben ordinata dei suoi film non è difficile però scorgere la malattia, c’è sempre un indefinibile senso di disagio dentro la gabbia dorata delle sue scenografie, dei suoi costumi e dei suoi paesaggi, come se i corpi degli attori facessero fatica a comprimere le passioni che li tormentano e che vogliono esplodere. E spesso tale esplosione si colora di sadomasochismo.

Il cappello da prete

Roldano Lupi uccide Luigi Almirante in Il cappello da prete (1944)

«Che cosa volete sapere di me? Non ho avuto mai strane avventure, niente naufragi, cicloni, incendi; mi piacciono i gatti, fumo sigarette Tre Stelle, i miei autori preferiti sono Corrado Alvaro e Riccardo Bacchelli; ho viaggiato molto in Italia e mi piacerebbe fare un film quasi tutto in esterni che siano veri, inconfondibili esterni italiani». «Io mi occupo di antichità, libri e quadri, e scrivo libri di cucina».

Pubblicato, con il titolo Poggioli: regista di grande talento, in «Avanti!», 7 maggio 1980

[Le citazioni provengono da  Franca Faldini, Goffredo Fofi (a cura di), L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti, 1935-1959, Feltrinelli, Milano 1979 (Gora 1), Maria Denis, Ricordo di Poggioli e di ”Addio giovinezza!”, in Massimo Scaglione (a cura di), Attorno a ”Addio giovinezza!”, Ed. Astifest, Asti 1999, An., In attesa di “Ricchezza senza domani”, «Film», 17 giugno 1939 (sui suoi primi passi),  Silvano Castellani, Quando si vive il “personaggio”, «Film», 8 luglio 1939 (Ricchezza senza domani), Vittorio Calvino, Studenti e sartine, «Film», 14 dicembre 1940 (sulla sua attività di montatore, su Addio giovinezza! e la citazione finale), Francesco Savio, Cinecittà anni Trenta, Bulzoni, Roma 1979 (Cortese, Gora 2), Faldini, Fofi (a cura di), L’avventurosa storia del cinema italiano, cit., (Amidei)), Franca Faldini, Goffredo Fofi (a cura di), L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti, 1935-1959, Feltrinelli, Milano 1979 (Amidei). I ricordi di Lattuada sono stati da me rielaborati da varie fonti.]