Godard classico e romantico

Histoire(s) 1 A

Histoire(s) du cinéma 1A

Godard è un “classico”? In senso stilistico la cosa può essere discussa, perché è certamente anche un “moderno” nonché – in anticipo sui tempi, almeno al cinema – un “postmoderno”. Ma nel senso tradizionale o scolastico del termine non c’è dubbio che abbia la statura del classico: un autore indiscutibile quanto a prestigio internazionale, da tutti – o quasi – riconosciuto. Indiscutibile però può anche voler dire poco discusso. È quel che succede per esempio da noi, in Italia, anche perché le sue opere cinematografiche non vengono più distribuite da anni, e quelle in video sono, appunto, in video. Però non è successo a lui quello che succedeva regolarmente ai “grandi vecchi”, di cui, da giovani, ci trovavamo a giudicare, “in diretta”, le ultime opere: e a doverle difendere perché il loro statuto era quasi sempre affidato a opere più o meno “giovanili” dopodiché, secondo la doxa della critica accademica, era iniziata una lenta, a volte imbarazzante, “decadenza” (e che gioia era allora, per noi dissidenti, esaltarne gli “ultimi film”). Con Godard è diverso, come del resto con quasi tutti gli autori della nouvelle vague: nelle sue (nelle loro) opere di vecchiaia ci troviamo di fronte a una freschezza, un’inventiva, un gusto della sperimentazione e del rischio da fare invidia agli autori delle generazioni più giovani; in esse non ci sono, se non in seconda battuta, l’olimpica saggezza, la ricerca di sintesi, il distanziamento dalle contraddizioni del mondo che ci esaltavano nelle opere degli altri vecchi. È anche vero però che se andiamo a guardare l’accademia, che sia quella universitaria o quella che si riflette nei sommari delle liste dei migliori film di tutti i tempi, rischiamo di vedere Godard precipitare al rango dei precedenti classici, e ritrovarci a fare i conti perpetuamente con A bout de souffle o, con un po’ più di fortuna, con Le mépris o Pierrot le fou, che finiscono per oscurare il moltissimo che viene dopo.

Perché Godard è poliedrico: perché affronta con disinvoltura – e in sostanza contiene in ogni suo film – la narrazione e la saggistica, la finzione e il documentario, il cinema e il video. Ovvero il passato, il presente e il futuro della nostra arte.

Ha fatto scuola? Forse tutti i grandi autori degli anni recenti lo hanno assimilato, ma faccio fatica a individuare degli allievi. L’universo stilistico di Godard sembrerebbe inimitabile, se non forse parodicamente (e forse il primo ad averlo fatto è proprio lui). Se i figli di Godard sono costretti a sentirsi orfani – questo non succedeva con gli altri classici – diverso mi sembra il caso con i suoi padri e fratelli. Ci sono i padri e i fratelli da lui stesso riconosciuti, e la sintesi di tali affezioni è nelle Histoire(s) du cinéma. Tra questi, continua a esserci Rossellini, in particolare per il passaggio epocale dal cinema alla televisione (che per Godard si chiama video) e dalla finzione alla saggistica. Ci sono però anche coloro di cui non mi sembra che lui o altri facciano menzione, e che retrospettivamente mi colpiscono: Isidore Isou e il suo Traité de bave et d’éternité (1951), nonché, dopo il suo lettrismo, il situazionismo di Guy Debord; [Alexander Kluge, in cui saggistica, multimedialità e incrostazione delle immagini prendono il sopravvento sui suoi esordi, già anomali, nella finzione – aggiunto nel 2019]; e Chris Marker, fratello-coltello della rive gauche, che ha solo sfiorato, è vero, la “finzione”, che è invece di casa con Godard anche se stravolta, ma che lo ha anticipato nell’orientare saggisticamente la propria opera e lo ha superato nella sperimentazione video aprendosi alle installazioni e alla multimedialità, mentre Godard sembra “chiuso” dentro il rettangolo schermico o teleschermico, e dentro tali limiti può spingere immagini e suoni alle loro estreme conseguenze (è vero però che non ho visto la sua tanto travagliata autoesposizione al Centre Pompidou, che potrebbe forse contraddire queste mie osservazioni…).

Godard classico? E se fosse (anche) un romantico, con le sue onnipresenti jeunes filles en fleur, il suo gusto adolescenziale per la sperimentazione, l’eterno stupore con cui guarda al mondo, il sapore di “prima volta” che ancora permea l’apertura di una sua inquadratura sul reale, la giunta di montaggio che accosta due diversità, le sovrimpressioni che giocano con la materia riprodotta?

Cartesius (1974) di Roberto Rossellini

Cartesius (1974) di Roberto Rossellini

Pubblicato in Roberto Turigliatto, Passion Godard. Il cinema (non) è il cinema, Centro Espressioni Cinematografiche-Cinemazero-La Cineteca del Friuli, Udine 2009, pp. 102-104