Addio ad Alberto Grifi

verifica1

Verifica incerta

Dopo una lunga malattia, sostenuta con consapevolezza e coraggio, Alberto Grifi se n’è andato. Ha lottato fino all’ultimo, soprattutto per tentare di dare forma definitiva alle tante opere che nella sua foga creativa erano rimaste incompiute, forse anche perché dovevano esserlo: testimonianza di una presenza, più che affermazioni d’autore. E si tratta di opere diversissime fra di loro.

Ho assitito, negli ultimi anni, al ritorno di Alberto fra le nuove generazioni. Assai più che per altri cineasti che lo avevano accompagnato negli anni fervidi, ’60 e ’70, quando le posizioni estreme erano privilegio di una minoranza. Alberto è diventato quasi un simbolo di quel “mondo diverso” che noi abbiamo vissuto in diretta e che per i giovani di oggi è – se non un’utopia, spero – una meta da riconquistare. Non sarà dimenticato quindi, ne sono certo.

Il suo cinema è, a ripensarci, indefinibile. Le nozioni di underground, di sperimentalismo, gli stanno un po’ strette. Che cosa c’è in comune fra il proto-Blob Verifica incerta (Disperse Exclamatory Phase) (1964-65, realizzato con Gianfranco Baruchello) e l’ultra cinéma-vérité Anna (1972-75, realizzato con Massimo Sarchielli)? Fra il delirio braibantiano Transfert per kamera verso Virulentia (1966-67) e il poeticamente perverso Le avventure di Giordano Falzoni, ovvero Il grande freddo (1971)? Fra il metasaggistico L’occhio è per così dire l’evoluzione biologica di una lagrima (1965-67), che “critica” alcuni ciak di Il deserto rosso di Antonioni, e il pamphlet anticarcerario – lui ne sapeva qualcosa – Michele alla ricerca della felicità (1978, realizzato con Guido Blumir)? E poi c’è Parco Lambro (1976-?), che resterà, credo, allo stato di “girato”, come testimonianza attiva di ciò che una generazione avrebbe voluto essere e non è stata…

freddo2

Il grande freddo

Alberto l’ho conosciuto che era appena uscito di galera, due anni pagati per un’assurda accusa di detenzione di hashish; poco dopo, a casa di Gianni Amico, ci faceva vedere, su un antidiluviano (possiamo dire oggi) videoregistratore Akai 1/4 di pollice, il girato di Anna: e gli dicemmo, entusiasti, di montarlo, di farne un film. Si inventò – figlio di un padre inventore di marchingegni a Cinecittà – un vidigrifo (così lo battezzò) per trasferire il video in 16mm. Ho avuto il privilegio di trovargli i soldi, modestissimi ma essenziali, per l’operazione, e ho caldeggiato la presentazione in anteprima di quel capolavoro, diventato ormai (chi l’avrebbe detto?) un “classico”, al Forum di Berlino del 1975, e poi alla Mostra di Venezia, riformata e sconvolta da Giacomo Gambetti; mentre al Filmstudio 70, che gestivo con Amerigo Sbardella, gli eletti facevano la fila per vederlo alla “prima nazionale”.

Altri tempi: ma con Alberto, lo ripeto, non è più possibile parlare al passato. I giovani che hanno affollato le presentazioni dei suoi film, organizzate da altri giovani per aiutarlo economicamente nel corso della sua malattia (all’Apollo 11, alla Casa del Cinema), hanno scoperto il suo cinema al presente, come qualcosa che corrisponde a bisogni non sopiti dell’oggi, come una carica per guardare al futuro. Questo, a noi che abbiamo condiviso con lui tante battaglie, ci conforta assai più di ogni elogio artistico.

Come per Piero Bargellini, riscoperto lo scorso novembre al “vecchio” Festival Cinema Giovani di Torino, per Alberto Grifi non si tratta soltanto di celebrare un’opera, e un “modo di essere” nel cinema; si tratta di prolungare un’eredità: di assorbirne l’esempio di non riconciliato, così necessario non solo in tempi di scarsa memoria, ma soprattutto di (apparente) scarso futuro. Contro l’omologazione, per un cinema di combattimento, di affermazione di valori positivi “fuori moda”, di procreazione, di libertà. A presto, Alberto.

 

Pubblicato, col titolo Simbolo indefinito di un mondo diverso, in «Il Manifesto», 24 aprile 2007