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Le Histoire(s) du cinéma di Godard: manifesto per un’arte centenaria

 manifesto

Jean-Luc Godard vive ormai da molti anni a Rolle, un paesino sul lago di Ginevra. Qui ha messo in piedi un laboratorio di alto artigianato con attrezzature cinema e video che gli consentono di lavorare lontano dai rumori del mondo, in tutta libertà. I prati verdi, l’acqua, il cielo che circondano Rolle gli offrono gli scenari naturali dei film, e di rado se ne allontana, casomai per andare a investigare ciò che succede in Germania dopo la caduta del muro (Allémagne 90 neuf zéro) o in Russia dopo la caduta del comunismo (Les enfants jouent à la Russie). Gli scaffali ben ordinati del suo studio contengono le cassette o le immagini ritagliate dai rotocalchi con cui compone i collage dei suoi video, fra cui le Histoire(s) du cinéma, un’opera in cinque parti e dieci capitoli iniziata nel 1988 e ora in via di compimento. [Poi le parti saranno 4 per 8 capitoli e l'opera verrà terminata nel 1998].

Da quando ha debuttato nel lungometraggio (1960, A bout de souffle) non ha mai cessato di interrogarsi su “che cos’è il cinema”. Per questo il suo cinema, e ora anche il suo video, è una continua scoperta, e una continua sorpresa per lo spettatore. Paga però il suo instancabile sperimentalismo, la sua libertà, con lo scarso successo di pubblico, anche se il suo mito affascina ancora al punto che grandi star accettano di lavorare con lui alle sue non sempre gratificanti condizioni (da Alain Delon in Nouvelle vague a Gérard Depardieu in Hélas pour moi). In Italia ce lo siamo quasi dimenticato: i suoi film, se escono, vengono stravolti da un doppiaggio che umilia la complessa elaborazione della banda sonora, oppure sono intravisti dagli “happy few” in versione originale nei festival (l’ultima occasione è stata a Pesaro).

Allo scadere del 1994 (è nato il 3 dicembre 1930) Godard ha compiuto 64 anni. Facciamogli gli auguri: è il più giovane dei cineasti. Pochi giorni dopo il suo compleanno ha pubblicato su «La Monde» il testo che viene ora presentato ai lettori de «L’Espresso» a inaugurazione del 1995: l’anno del centenario del cinema, fra l’altro. Leggiamo dunque questo testo come un manifesto: per onorare la memoria del cinema e non per memorizzarne gli onori, come dice lui stesso con uno dei tanti giochi di parole di cui questo manifesto è costellato.

Cento anni, da quel 28 dicembre 1895 quando nel Salon Indien situato nel sottosuolo del Grand Café al n. 14 di Boulevard des Capucines, dalle parti dell’Opéra a Parigi, i due fratelli Louis e Auguste Lumière proiettarono per la prima volta a un pubblico delle “fotografie animate”. Due fratelli dal “grugno” assai simile, aggiunge Godard giocando su uno dei significati gergali di “bobine”, e da qui intrecciando una serie di analogie ulteriori col cinema, a cui già il loro luminoso cognome si presta. Ma per Godard è chiaro che in quella data il cinema ha rivestito solo una delle proprie forme, destinata a sua volta a mutare (nella televisione per esempio): poiché quell’incipit era già carico di memoria e di sogni, che riaffiorano di continuo in questo manifesto combinandosi con memorie e sogni più propriamente cinematografici.

Nel cinema le memorie e i sogni di tutta la storia dell’umanità si giustappongono fino a sovrapporsi. Così sono fatte le Histoire(s) du cinéma, realizzate in video perché solo il video permette con agilità la sovrimpressione di tante immagini e di tanti suoni simultaneamente; e da alcune delle parole che si sentono nel video – rielaborate e rimontate sino a formare un testo autonomo – sono tratte quelle che compongono questo manifesto. Così, possiamo aggiungere, è fatta la memoria che ciascuno di noi ha del cinema, o di qualsiasi altra cosa: immagini che rimandano ad altre immagini, e che con esse si confondono fino a produrre nuove immagini, dalla cui “menzogna” uno psicoanalista può risalire alla verità prima che le ha generate.

Godard rilegge o meglio rimemora la storia e le storie da poeta e sognatore. Guai a rimproverargli, dalla cattedra dello storico o del filologo, inesattezze o troppo ardimentosi accostamenti. Godard in fondo non fa che trascrivere in video, o qui sulla pagina, la propria memoria del cinema, lacunosa e ingannatrice quanto si vuole ma anche sorprendentemente inventiva e rivelatrice. Con questo gesto umile e solitario ci invita non a ripensare, cent’anni dopo, al cinema secondo Godard ma al cinema secondo noi stessi, a ciò che il cinema è per ciascuno di noi, nel nostro intimo, fuori dalle accademie e dalle celebrazioni che si propongono di monumentalizzarlo, di imbalsamarlo, di ucciderlo.

D’altra parte, ci ricorda Godard, il cinema è fin dagli inizi minacciato dall’idea della morte: perché nel momento in cui si registra un’immagine della vita si può o farla uscire dalla scatola o rinchiudercela, o liberarla o schiavizzarla. Corteggiato dall’industria dei cosmetici, della medicina, della guerra, e più in generale dall’industria in quanto denaro, il cinema è stato troppo spesso mortificato. Sembra pessimista Godard quando conclude il suo manifesto dicendo che «Orfeo dovrà pagare» e che lui si è sbagliato, lui che aveva creduto per un momento che il cinema autorizzasse Orfeo a voltarsi senza far morire Euridice, cioè a guardare alla memoria del mondo senza per questo trasformarla in rigida statua.

Ma nel dire così si contraddice, per sua e per nostra fortuna. Perché non solo questo manifesto ma tutto il suo cinema, in particolare quello degli ultimi anni, compresa l’evoluzione verso il video, sta a indicarci dal chiuso del suo laboratorio di Rolle l’apertura rivoluzionaria di quest’arte centenaria, sintesi simultanea di tutte le arti, verso una nuova infanzia dell’arte.

 

Pubblicato, col titolo Manifesto per un’arte centenaria, in «L’Espresso», 13 gennaio 1995, pp. 98-99, per accompagnare il testo di Godard (ricavato dalle Histoire(s) du cinéma) È l’industria della menzogna