Archive for 23 giugno 2015

Antonioni overground

silenzio

Il silenzio a colori

Il silenzio a colori si intitola l’ultima opera di Michelangelo Antonioni: una mostra di dipinti, realizzati a partire dal 2002, vista al Tempio di Adriano a Roma dal 28 settembre al 22 ottobre 2006. Centinaia di immagini, per lo più astratte, che colpiscono per la profusione dei colori e delle forme: tutto l’opposto, si direbbe, del rigore monotematico delle precedenti Montagne incantate, assai più facilmente comparabili ai suoi film. Stavolta ci troviamo di fronte a un “nuovo” Antonioni, come se l’anziano artista avesse scoperto nelle limitazioni fisiche della malattia una incredibile giovinezza della fantasia. Faceva parte della mostra anche un video realizzato dalla moglie Enrica Fico, Con Michelangelo, dove lo si vede comporre con entusiasmo e infinita pazienza i suoi collage: come un bambino che gioca, viene voglia di dire.

montagne

Montagne incantate

Antonioni era tutt’altro che un artista in ritiro. Va detto con chiarezza che i film realizzati negli ultimi anni sono integralmente “suoi”, nonostante gli impedimenti fisici. Al di là delle nuvole (1995) e il cortometraggio Lo sguardo di Michelangelo (2004) possono essere annoverati, anzi, tra i suoi capolavori; e sul primo vale la pena di leggere la testimonianza di Wim Wenders (in Il tempo con Antonioni. Cronaca di un film, Socrates, 1995) per capire quanto la sua mediazione fosse integralmente al servizio dell’artista. Ho invece l’impressione che da un po’ di tempo circolasse nella critica una sorta di condiscendenza dietro la quale si nascondeva l’inconfessabile sospetto che si trattasse di opere “per interposta persona”. Ma basta guardare e ascoltare per rendersi conto della padronanza con cui ogni inquadratura è pensata e costruita, e di come l’opera nel suo insieme sia un’architettura dove tutto si tiene (non inganni per esempio, in Al di là delle nuvole, la suddivisione in episodi e “intermezzi”). Questo vale anche per Il filo pericoloso delle cose (2004), episodio di Eros che, lo ammetto, richiede più di una visione per essere compreso al di là dell’imbarazzo che può sollevare a un primo impatto.

avventura

L’avventura

Antonioni è per molti versi un artista “segreto”: uno sperimentatore che però, al di là di momentanei insuccessi, ha avuto l’ardire di confrontarsi con grandi temi e col grande pubblico. In questo senso lo si può definire un artista overground. Per la sua ricerca formale avrebbe potuto essere confinato ai margini dell’industria e della distribuzione, come i filmaker underground; invece ha sostanzialmente goduto, almeno da L’avventura in poi, del favore di entrambe: parente in questo di Ejzenštejn, di Gance, di Hitchcock, di Kubrick, cineasti che, “pensando in grande”, non hanno mai rinunciato al rigore della forma. In quanto “formalista”, richiede anch’egli dal critico una lettura “in chiave”, che vada al di là dei contenuti per inoltrarsi nei segreti della composizione. Non so quanto questo lavoro di analisi del testo sia stato fatto avendo presenti tutti i dettagli dei suoi film. Ho l’impressione che troppo spesso la critica abbia considerato Antonioni come un “intellettuale”, privilegiandone le tematiche e sentendosi in dovere di adeguare il proprio punto di vista a un livello “alto”, senza tenerne in debito conto la materia: suoni e immagini.
Per esempio i suoni. Quanto spesso si è sentito dire che le immagini di Antonioni sono straordinarie, ma i dialoghi… In questo caso, il problema è che siamo inconsciamente predisposti ad accettare la formalizzazione delle immagini – il loro antinaturalismo – ma non quella dei dialoghi, altrettanto costruiti e “falsi”. Si potrebbe arrivare a dire che la sfida di Antonioni nei confronti delle abitudini del pubblico è assai più spinta sul piano dei dialoghi che su quello delle immagini…

amorosa

L’amorosa menzogna

Ciò mi porta ad aggiungere che poco si è considerato quanto Antonioni debba al cinema commerciale, addirittura ai generi del cinema popolare, in particolare al melodramma. Non dimentichiamoci che ha realizzato un cortometraggio sui fotoromanzi: L’amorosa menzogna; e che i suoi dialoghi, appunto, sono spesso una rielaborazione “critica” di quelli da mélo, donde il ridicolo che molti vi hanno rilevato. Una volta, forse proprio per defilarsi da un tipo di critica che lo prendeva, per così dire, troppo sul serio, ha detto che lui faceva i film “con la pancia”. Bisogna credergli, e rendersi conto di quanto attingesse, per entrare in sintonia col proprio pubblico, a forme di comunicazione di tipo emotivo, compreso un immaginario inconscio di tipo hitchcockiano. La forza del “modernismo” di Antonioni sta anche nelle radici antiche del suo stile.
Spero che Antonioni non venga “monumentalizzato”, come è accaduto con Fellini e Pasolini. La sua grandezza non sta tanto nel fatto che può incarnare agli occhi di molti, nel cinema, il mito dell’artista puro, solitario e rigoroso. Sta semmai nella capacità che ha dimostrato con tutti i propri film di saper costruire un universo autonomo, scarsamente legato a un referente “esterno”; o forse sarebbe meglio dire “parallelo” rispetto a quello in cui viviamo, potentemente concluso in se stesso e dotato di una qualità visionaria che lo espande configurando un “altrove”: al di là delle nuvole, appunto.

Antonioni

Lo sguardo di Michelangelo

Quest’ultimo film, uno dei suoi più complessi, è un film-saggio, un film filosofico che rivela il segreto del suo cinema: ma per spostarlo ancora più in là. Questa lontananza potrebbe tuttavia essere molto vicina, tanto vicina che rischiamo di non vederla: è nella mano anziana che sfiora sensualmente le forme sinuose del Mosè di Michelangelo e nei silenzi che avvolgono sonoramente la cappella di San Pietro in Vincoli; nei suoni e nelle immagini enigmatiche oltre la grata della stanza dove un uomo dalla duplice identità si lascia morire; nel bianco accecante che conclude un’eclisse postatomica; nel tempo e nello spazio sospesi della pianura padana che accarezzano, come un’invocazione di pietà, il grido disperato di un operaio.
Antonioni fantascientifico? «Il futuro ha un cuore antico», ed egli ci sospinge a ricercare incessantemente «ciò che non siamo noi stessi».

Pubblicato (in morte di Antonioni) in «Il Manifesto», 1 agosto 2007, col titolo Dialoghi così falsi da sembrare veri, p. 3