Kenneth Anger: Lucifero a Hollywood

Kenneth Anger, Scorpio Rising

Scorpio Rising

Il diavolo, verrebbe da dire, è molto diverso da come lo si dipinge. Un signore di 79 anni, portati davvero molto bene, ci viene incontro sorridente nel centro storico di Lucca. Alto, dai modi gentili e raffinati. È uno degli ultimi maestri del cinema underground di tutti i tempi. È Kenneth Anger. Ci fa sorridere il fatto che lui – il regista forse più luciferino della storia del cinema – sia ospite proprio nella città natia dell’integralista cattolico Pera. È stato invitato lo scorso settembre da un coraggioso e indipendente Film festival, insieme ad altri cineasti «storici» come lo spagnolo Adolfo Arrieta, lo statunitense anglicizzato Steve Dwoskin e il nostro Tonino De Bernardi. Autore di film memorabili, affascinanti ed enigmatici come Inauguration of the Pleasure Dome (1954), Scorpio Rising (1963) e Invocation of My Demon Brother (1969), densi di significati misteriosofici, di arcane simbologie. Anger è ancora attivo: il recente Mouse Heaven (2004), girato in digitale, passa in rassegna i memorabilia di Mickey Mouse, con riprese dal vero, animazioni a passo uno e una ricca gamma di effetti che lo rendono una sorta di vivace cartoon tridimensionale molto Pop Art, accompagnato da brani musicali che vanno dagli anni ’30 agli anni ’50.
Ma, certo, ci piacerebbe che l’autore del lunare Rabbit’s Moon (girato nel 1950 ma editato nel 1972), seguace di un leggendario occultista come Aleister Crowley, ci regalasse per il suo ottuagenario un’altra delle sue magie, un’opera che possa ancora una volta coniugare da un lato l’artificio e lo sfarzo della messa in scena, fino all’eccentrico e al kitsch, dall’altro lo spirito anarchico, surreale e irriverente di un eterno ragazzo di Los Angeles cresciuto alla corte dello studio system americano degli anni d’oro (raccontato spietatamente nei due volumi di Hollywood Babilonia), ma per un lungo periodo in trasferta nella Parigi pre-Nouvelle Vague.

«Sono un artista che lavora con la luce, e questo è tutto ciò che mi interessa», ha dichiarato una volta Anger a proposito del suo Lucifer Rising (1980), film dalle numerose peripezie. «Lucifero è la luce divina, non rappresenta il male, questa è una calunnia cristiana. Lucifero è l’angelo ribelle, colui che non accetta ciò che oggi accade nel mondo. Il suo messaggio è che la chiave della Felicità è la Disobbedienza». Accanto al cinema della magia esiste anche la magia del cinema, inteso come fantasmagoria delle origini: non a caso alcuni dei film di Anger sono raccolti sotto il titolo Magick Lantern Cycle. E per chi volesse rivederli o finalmente scoprirli per la prima volta, tra qualche mese le edizioni francesi Re:Voir pubblicheranno un quadruplo cofanetto in DVD con tutta la sua filmografia, proponendo, di alcuni cortometraggi, versioni alternative, inedite o poco viste.

 

fireworks

Fireworks

Siamo abituati a considerare Fireworks (1947), quando lei aveva vent’anni, come il suo primo film; ma in realtà fin dal 1937 lei ha realizzato film in 16mm, come Prisoner of Mars (1942) o The Nest (1943). Che fine hanno fatto?

Li ho persi. Li avevo sistemati nel capannone di un amico prima della mia partenza per Parigi e, quando sono ritornato dopo cinque anni, non li ho più trovati. Sono un pessimo custode della mia opera! Mi sono rimaste solo un po’ di fotografie di quei film. Uno si intitolava Escape Episod (1944) e durava 35′, quindi piuttosto lungo per il mio standard. È un film, in parte autobiografico, che racconta la storia di una ragazza addestrata dagli adepti di una chiesa spiritista a simulare la voce dei morti; poi un giorno la ragazza, avendone abbastanza di questi falsi maghi, scappa via. Era una storia realmente accaduta a Hollywood. Ho fatto le riprese nella chiesa di una di queste sette che oggi non esiste più, senza che loro se ne rendessero conto. Inoltre, con un effetto di montaggio,ho dato l’idea che l’edificio sorgesse vicino al mare.

 

Qual è il punto di contatto nel suo cinema tra l’immaginario hollywoodiano e il contesto dell’underground?

Sono cresciuto nell’ambiente di Hollywood, sono andato alla Beverly Hills High School, i miei compagni di scuola erano figli di produttori e attori. Era una scuola pubblica ma in pratica era come se fosse stata privata. A quattro anni ho interpretato il ruolo del principino indiano Changeling in A Midsummer Night’s Dream (1935), il film diretto da Max Reinhardt e William Dieterle. Era un personaggio di cui nella commedia di Shakespeare si parla soltanto senza che compaia in scena. Si tratta di una vicenda che ricalca il mito di Giove e Ganimede: due uomini rapiscono il bambino e lo trasformano in creatura fiabesca.

 

Lei era insomma predestinato alla magia fin da piccolo…

Certo, una magia illusionistica, mentre poi ho studiato seriamente le pratiche occultiste di Crowley, cose che potevano avvenire nella vita reale. Hollywood per me era ovunque, del resto il backlot della 20th Century-Fox era di fronte alla mia scuola, dunque ho potuto vedere stando alla finestra le riprese di film famosi, per esempio l’apparizione della Madonna di Lourdes in Bernadette (1943) di Henry King, con Jennifer Jones.

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Inauguration of the Pleasure Dome

Come mai ha deciso di andare in Francia e che ricordi ha degli anni passati a Parigi?

Avevo ricevuto un invito dal festival del film maudit di Biarritz, dove tra i promotori e selezionatori c’era Jean Cocteau. Era una rassegna dedicata a film che avevano problemi con la censura o che, comunque, non potevano essere distribuiti per via del soggetto trattato. Oggi non esiste niente di tutto ciò, ed è un peccato, perché lottare contro degli impedimenti è più stimolante. Nel giro dei cineasti americani indipendenti – penso a Oskar Fischinger, che conoscevo – circolavano molte informazioni sui festival alternativi e quindi avevo deciso di spedire una copia di Fireworks indirizzandola a Cocteau. Non mi sarei mai potuto pagare il viaggio, quindi non sono andato di persona. Fireworks però non solo venne selezionato ma vinse addirittura il premio come miglior «film poetico». Cocteau in seguito mi scrisse una bellissima lettera, che ancora conservo, con la sua caratteristica calligrafia e con la firma accompagnata dalla classica stella, in cui mi diceva cose davvero molto lusinghiere.

 

Questo accadeva nel 1949, mentre l’anno successivo decise di andare a Parigi.

Dopo questa lettera, mi sono reso conto che dovevo andare a Parigi. Avevo studiato il francese alla High School, quindi avevo qualche nozione base che mi permetteva di capire un po’ e affrontare una conversazione. Ho portato con me Fireworks e forse altri film, non ricordo bene. Grazie a Henri Langlois li ho proiettati alla Cinémathèque. A ripensarci, è straordinario che persone come Cocteau, Jean Genet, Marcel Carné, la pittrice surrealista Leonor Fini e tanti altri, siano venute a vedere il film di un giovane semisconosciuto come me; mi hanno accolto invece nella loro cerchia come poète, rappresentante della poésie du film. Per Cocteau tutto rientrava nella poesia: cinema, letteratura, arti visive…

 

Tra i cineasti francesi cosiddetti sperimentali chi frequentava? Ha conosciuto i lettristi come Maurice Lamaître, Isidore Isou o anche Guy Debord, che avrebbe poi fondato il situazionismo?

Non era facile essere amici dei francesi, a parte la cerchia di Cocteau, non erano aperti e avevano pregiudizi nei confronti degli americani. Solo dopo sono diventato amico di Rivette e Truffaut, quando scrivevano sui «Cahiers du Cinéma».

 

Hollywood Babilonia”, tra l’altro, è stato pubblicato dapprima, in un primo abbozzo, nei numeri 76, 77 e 79 dei «Cahiers», tra il 1956 e il 1957.

Esattamente. Tra l’altro molte delle fotografie che lo illustravano, a parte quelle che avevo collezionato io negli anni, provenivano dall’archivio dei «Cahiers», che derivava a sua volta da quello della «Revue du Cinéma». È stato Jacques Doniol-Valcroze a introdurmi all’interno della rivista. Dopo l’uscita a puntate del mio scritto non fui neppure io a cercare un editore, ma fu Jean-Jacques Pauvert, specializzato in libri di carattere erotico, a propormi di farne un libro. Il primo volume è stato pubblicato in Francia nel 1959, diventando negli anni un libro di culto. Negli USA, per problemi di censura, è uscito solo nel 1975!

 

E Bresson lo ha conosciuto?

Ho vissuto per un periodo all’Ile Saint- Louis, vicino a Nôtre-Dame, dove anche lui abitava, e ogni mattina lo vedevo dalle mie finestre portare a spasso il cane. Un giorno ho avuto il coraggio di fermarlo, presentarmi, e abbiamo fatto una deliziosa e interessante conversazione. Mi piaceva molto una delle sue attrici, Maria Casarès, che avevo ammirato anche a teatro. Era straordinario in quegli anni andare a teatro a Parigi e vedere recitare attori come Michel Simon o Jean-Louis Barrault.

 

Alcune fonti dicono che lei ha lavorato alla Cinémathèque Française per rimontare Qué viva México! di Ejzenstejn. È vero?

Langlois aveva alcuni materiali di Qué viva México!, come le versioni intitolate Thunder Over Mexico, Death Day e altre, oltre al trattamento scritto da Ejzenstejn. Il trattamento l’ho letto, ma non ho provato neppure a imitare la sua tecnica di montaggio, mi sono limitato a ordinare il materiale secondo quanto aveva previsto. Il mio montato è stato presentato nel ’50 al Festival di Antibes, organizzato dalla Cinémathèque. Esiste ancora ma l’ho sempre considerato come uno study film, non come qualcosa da proiettare in pubblico.

 

hang

The Man We Want to Hang

Crowley è stato un punto di riferimento costante nella sua vita e nella sua carriera. Tra l’altro, lei ha filmato le rovine della sua dimora a Cefalù.

Sì, ero interessato – come del resto il dottor Kinsey [il sessuologo autore di un celebre rapporto che reca il suo nome, nda], che era anche mio amico – ai dipinti erotici della sua casa, coperti dalla polizia di Mussolini nel 1922. Crowley era stato costretto ad andare via dalla Sicilia, poiché un tabloid scandalistico inglese dell’epoca aveva scritto cose insensate su presunti rituali di magia nera da lui praticati, perfino con il sacrificio di bambini. Crowley si era ispirato a Gaugain per questi affreschi. Una volta abbandonata, per molti anni nessuno aveva più voluto affittare la villa, data la pessima reputazione che aveva. A metà degli anni ’50 ho passato un’intera estate a rimuovere la calce che ricopriva gli affreschi e un settimanale inglese, «Picture Post», allora molto in voga, è venuto a Cefalù e li ha fotografati, pubblicandoli in tre numeri consecutivi. Ho anche girato un cortometraggio per documentare quella riscoperta, intitolato Thelema Abbey (1955), prodotto dalla emittente televisiva legata alla rivista. Ma in seguito sia la rivista che l’emittente sono fallite e, quando sono andato a Londra per riprendermi il materiale, non l’ho più ritrovato. L’unica testimonianza che ci resta di queste opere sono dunque le fotografie.

Nel 2002 ho realizzato The Man We Want to Hang, sulla grande esposizione di disegni e dipinti di Crowley, tenutasi a Londra nel 1995: era la prima volta, dalla mostra parigina del 1930, che si potevano vedere le sue opere esposte. Mi sono limitato solo a riprendere i quadri, senza alcun commento; insomma, non si tratta di un “vero” film di Kenneth Anger. Il titolo del film (dove il termine hang vuol dire sia impiccare che appendere un quadro) riprende quello di un articolo contro Crowley pubblicato negli anni ’20.

 

Ha pensato a un film biografico su di lui?

Naturalmente. Ho perfino scritto una sceneggiatura, ma purtroppo non ho mai trovato i soldi per realizzarla. Avevo anche pensato ad attori che avrebbero potuto interpretarlo alla perfezione, come ad esempio Ralph Richardson, grande interprete degli anni ’50, col quale ho parlato e che avrebbe accettato. Ma sarebbe stata un’operazione costosa e bisognava mettere in piedi un cast di attori noti, cosa che non è nelle mie corde…

 

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Invocation of My Demon Brother

Cosa ne pensa del cinema sperimentale di oggi e di artisti-cineasti come Matthew Barney?

Conosco Barney, lui vende copie a tiratura limitata dei suoi film. Lo trovo un artista dall’appeal piuttosto snob e sono un po’ invidioso di lui, anche io avrei potuto fare così. Certo, in passato ho fatto operazioni artistiche: ho desunto fotogrammi dal mio film Invocation of My Demon Brother, li ho firmati ed esposti in una galleria d’arte a Parigi, la Galérie du Jour di Agnès B., ricavandone un po’ di soldi. L’altro mio patron nel mondo dell’arte è stato Paul Getty, che ha finanziato Mouse Heaven, per il quale ho ricevuto un contributo anche dalla Rockefeller Foundation. In questo caso ho lavorato in video, ma va bene si tratta di una cosa breve, per il resto continuo a lavorare in 16mm, ma mi piacerebbe lavorare in 35mm.

 

In passato però lei ha già utilizzato il 35mm.

Sì, Rabbit’s Moon, girato nel 1950 con pellicola regalatami da Langlois e con una troupe professionista: il direttore della fotografia era Serge Tourjansky, figlio di Viktor, famoso regista russo emigrato in Francia, mentre gli attori erano mimi della scuola di Barrault. L’ho girato in un piccolo teatro di posa prestatomi durante il mese di agosto da Pierre Braunberger, produttore negli stessi anni dei cortometraggi di Alain Resnais e poi di molti film della Nouvelle Vague, tra cui uno dei primi corti di Truffaut, mi pare Les mistons, dove debutta una mia carissima amica, Bernadette Lafont. Ricordo che in un mese ho dovuto disegnare i costumi e costruire le scenografie: ho realizzato tutti gli alberi, comprese le foglie di carta trasparente. Una a una! Non ho dormito per tre settimane, ma quando si è giovani l’adrenalina va a mille… Finite le riprese ho riconsegnato lo studio come lo avevo trovato e ho depositato il girato alla Cinémathèque, quindi sono partito per Roma.

 

Per girare un altro suo cortometraggio, Eaux d’artifice (1955).

Avevo scritto una lettera alla sovrintendenza ai beni artistici in cui nominavo sia la Cinémathèque che Cocteau, e sono stato autorizzato da un funzionario gentilissimo a girare a Villa d’Este a Tivoli. Oggi credo che sarebbe molto più complicato. Così ho potuto utilizzare determinati angoli della villa mentre i custodi tenevano lontani i turisti. Ho impiegato un’intera estate, girando nei week-end. Anni dopo, quando sono ritornato a Parigi, ho saputo che c’era stato un incendio alla Cinémathèque e che i rulli di Rabbit’s Moon erano scomparsi. Vent’anni dopo sono riapparsi: le etichette si erano scollate e nessuno sapeva cosa contenessero quelle scatole. Langlois era un anarchico, teneva le pizze in un disordine pazzesco. Rabbit’s Moon ho potuto montarlo solo nel ’70.

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Rabbit’s Moon

Dove si trovano oggi i negativi di tutti i suoi film?

Nei cellari della vecchia Technicolor, gestiti dalla UCLA. E credo che li lascerò lì perché non sono mai stato molto attento alle mie cose. Ultimamente hanno fatto un ottimo lavoro di restauro di tre miei film, gonfiandoli dall’originale 16mm in 35mm: Fireworks, Scorpio Rising, Kustom Kar Kommandos (1965), e hanno restaurato anche Rabbit’s Moon.

 

Il gonfiaggio non pregiudica la qualità dell’immagine?

Scorpio Rising era stato gonfiato in 35mm per una distribuzione nei cinema d’essai americani, anche se non mi aveva mai soddisfatto il risultato. Oggi la tecnica è molto evoluta e il gonfiaggio è eccellente. Ho lavorato in 16mm con negativo bianco e nero per Fireworks, in seguito ho usato Ektachrome, infine da Scorpio Rising in poi il Kodachrome. I tecnici dell’UCLA mi hanno confermato che i colori si sono conservati perfettamente.

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Scorpio Rising

Per comprendere meglio i suoi film è indispensabile una conoscenza specifica dei significati magici in essi contenuti?

Le idee di Crowley hanno avuto su di me essenzialmente un’influenza artistica. La filosofia simbolica, metafisica o – come dite voi – “magica” derivata da Crowley viene fuori in particolari momenti dei miei film, ma non ho mai voluto fare un cinema che propagandasse queste idee. Aleister era un guru, con un grande influsso sui suoi discepoli, ma aveva pure un grande senso dello humour, e anche io penso di averlo. Certo, è vero che i miei film sono disseminati da una lunga serie di allusioni, di citazioni.

 

C’è qualche critico che abbia analizzato i suoi film da questo punto di vista?

Alice Hutchinson nel suo Kenneth Anger: A Demonic Visionary. Essendo una critica d’arte ha affrontato i miei film come fossero quadri, parlando diffusamente dell’influenza di Crowley.

 

Considera il suo cinema affine a quello di altri sperimentalisti americani come Jordan Belson, James Whitney e Harry Smith, anche loro interessati allo spiritualismo, alla magia, alle filosofie orientali?

A Belson e ai Whitney mi lega un’altra esperienza della mia vita, la Los Angeles Creative Film Association, un circolo per proiettare i film underground che avevo fondato con loro e con Curtis Harrington. Ma mi accorsi presto che non ero molto bravo come organizzatore e lasciai perdere. Questa nostra associazione nacque prima ancora della Filmmaker’s Coop di New York, e prima anche del mitico Cinema 16 di Amos Vogel. Per quanto riguarda il rapporto con la magia, tra i nomi da voi fatti aggiungerei anche Maya Deren. Ho avuto una corrispondenza con lei, anche se non l’ho mai incontrata di persona. Era molto seria, si è occupata come sapete a lungo del voodoo. A me però non piace quel tipo di magia nera di Haiti, mi terrorizza. Credo si considerasse una sacerdotessa.

A proposito di Smith, era davvero un pazzo, ma la sua era una pazzia molto interessante. Tra l’altro anche lui aveva studiato Crowley ed era dotato di senso dell’umorismo. Ma, abitando lui a New York e io a Los Angeles, non siamo mai diventati davvero amici. Ricordo che una volta aveva bisogno per un suo film di un vecchio grammofono, di quelli con l’altoparlante a tromba, e abbiamo passato un giorno intero a New York a cercarlo in giro per rigattieri. Ma costava troppo, allora gli ho comprato per pochi centesimi un fucile fantascientifico alla Buck Rogers che poi ha usato nel suo film Normal Love.

 

In realtà parlavamo di Harry Smith, l’autore di film di animazione, non di Jack, il regista di Flaming Creatures

Ah, sì, è vero, scusate, li confondo sempre. Harry era una persona molto dolce.

 

A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho sempre dei progetti in corso. L’ultimo film che ho realizzato è Mouse Heaven. Per qualsiasi film ho bisogno di un finanziamento, anche se non si tratta di molti soldi. Attualmente sto lavorando a un film su un mio caro amico, Elliott Smith, noto folk singer e compositore, che ha realizzato fra l’altro le musiche di Will Hunting. A 34 anni ha litigato con la sua ragazza e si è suicidato, una situazione davvero melodrammatica… Ho materiale di Elliott che suona la chitarra e canta. Alcuni suoi amici hanno trasformato un muro di Silver Lake, la zona di Los Angeles in cui abitava, in una sorta di Memoriale dove i suoi fan hanno scritto centinaia di frasi su di lui.

 

Considera terminato il suo Magick Lantern Cycle?

Ora che ho firmato il contratto per l’uscita in DVD dei miei film, considero definitivamente concluso il ciclo della lanterna magica. Ma le mie opere non sono mai realmente compiute. Mi sento un po’ come Auguste Renoir, che da vecchio amava sempre aggiungere una pennellata ai suoi quadri: aveva una malattia alle ossa e dovevano legargli il pennello alla mano. Talvolta cambio la musica, o vario la durata, e i critici non capiscono questo mio modo di procedere. Fondamentalmente, considero ogni mia opera un work in progress.

 

Intervista realizzata con Bruno Di Marino a Lucca. Pubblicata in «Alias/Il Manifesto», 30 dicembre 2006

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