La versione francese di T’amerò sempre (1933): Je vous aimerai toujours (1933)

 

 

Immagine titoli affiancata

Ho finalmente potuto vedere, grazie a una copia in video della Cineteca Nazionale analizzata al computer in accoppiata con quella italiana, la versione francese di T’amerò sempre (1933) di Mario Camerini, Je vous aimerai toujours,che non conoscevo quando ho comparato la prima con quella del 1943 (vedi «Cabiria» n. 167, gennaio-aprile 2011).

Nei titoli di testa non solo la regia ma anche la sceneggiatura è attribuita a Camerini, mentre si aggiunge «Dialogues de Henry [altrove Henri] Decoin, collaborateur au découpage Ivo Perilli»; nella versione italiana, invece, Camerini è accreditato come soggettista, mentre la sceneggiatura è attribuita a Ivo Perilli e Guglielmo Alberti (menzionato solo come «assistant», cioè aiuto regista, in quella francese, come anche in quella italiana). In ogni caso i dialoghi francesi sono sostanzialmente una traduzione letterale di quelli italiani, con poche e irrilevanti modifiche. Gli altri crediti sono identici (anche se manca nella v. fr. Carlo Bassoli come ispettore – oggi diremmo direttore – di produzione).

Per il resto, la v. fr. segue la successione delle scene della v. it. Cosa più importante, le angolazioni delle inquadrature e i movimenti di macchina sono identici a quelli della v. it.

La v. fr. è stata girata negli stessi ambienti di quella it. Le differenze sono minime, e si riferiscono a scene in cui appaiono scritte in italiano, eliminate o cambiate in francese (ma non sempre).

La successione delle inquadrature e il montaggio sono quasi sempre identici. Quasi sempre: qua e là si nota l’aggiunta di qualche inquadratura nella v. fr. Ma si tratta di varianti minime che non incidono sulla forma complessiva del film.

Ovviamente i principali attori (e spesso i loro nomi) sono diversi. Lisette Lanvin (bionda) sostituisce Elsa de’ Giorgi (bruna), con il nome di Adrienne (Adriana in italiano); Henry (nei titoli, ma Henri di solito) Marchand sostituisce Nino Besozzi, con il nome di Pierre Duchêne (invece di Mario Fabbrini); Alexandre D’Arcy, baffuto, sostituisce Mino Doro (Jean-Claude invece di Diego); il francese Robert (Roberto nei titoli italiani) Pizani è il parrucchiere Oscar in entrambe le versioni; Raymond Cordy (di clairiana memoria) sostituisce Loris Gizzi, ma in questo caso c’è una diversità: non è un negoziante di dolciumi ma di decorazioni, e per questo motivo ci sono differenze nella scena della festicciola di fidanzamento e in quella del suo negozio, in ogni caso di scarsa rilevanza (ma ci si può chiedere se questa insolita variazione renda più “francese” il personaggio: dolci = Italia, decorazioni = Francia?). Sono attrici diverse quelle che interpretano la signora Clerici (Rachel Devirys/Mme de Saint-Obin invece di Pina Renzi), la sorella di Mario (Mary Certa/Thérèse invece di Nora Dani/Clelia), la madre di Mario (Marie Laurent/Pinca Nova), mentre non viene accreditata Lulu Watier (Gaby, la manicure promossa contessa, che nella v. it. è Maria Persico). Qua e là qualche altro generico cambia (la vicina di letto e la vicina di casa di Adriana, per esempio) ma per la maggior parte dei casi generici e comparse sono gli stessi nelle due versioni, compresa la figlioletta di Adriana, sua madre e i suoi frequentatori.

In alcuni casi si nota la ripresa nelle v. fr. di alcune inquadrature identiche; in altri, pur trattandosi di inquadrature analoghe, si tratta di ciak diversi (p. es. nel prologo “documentaristico” all’ospedale).

Un po’ diverso è l’impiego delle musiche. Non tanto perché la v. fr. ha un prologo e un epilogo musicale (prima dei titoli di testa e dopo quelli di coda) assenti nella v. it. (il che giustifica anche le diverse durate: 78′ della v. fr. contro 72’30″ della v. it., a 25 f/s), ma per la canzone, attribuita nei titoli francesi a J. Chabaud (altre fonti aggiungono Georges Van Parys), che è diversa non solo come parole ma anche come musica (il titolo è “Je vous aimerai toujours”), e che ricorre non solo nella scena della festicciola e delle discesa delle scale, ma anche nella passeggiata finale, dove viene aggiunta anche qualche inquadratura di un’orchestrina ambulante che la suona (e che finisce per essere la differenza maggiore fra le due versioni, una differenza – va aggiunto – che ne indebolisce il pudore stilistico).

In sostanza, la v. fr. può essere definita un fedele calco dell’originale. Ed è evidente che il tutto è stato girato in Italia (escluderei addirittura la presenza di Decoin sul set come eventuale “direttore di recitazione”). Difficile dire se la versione francese è stata girata dopo quella italiana; sarei tentato di supporre invece che le due versioni siano state girate simultaneamente, tanti sono gli elementi identici fra di esse, anche nella gestualità degli attori (ma i seppure pochi cambiamenti di arredamento – negozio del parrucchiere solo per alcune scritte, strada fuori dal parrucchiere per altre scritte, negozio del venditore di dolciumi/decorazioni – potrebbero far propendere per riprese successive. In tal caso, diciamo che Camerini conosceva a memoria il montaggio finale, com’era nelle sue consetudini d’altronde).

Le vere differenze tra le due versioni riguardano l’interpretazione, decisamente inferiore nella v. fr.: né Lisette Lanvin né Henri Marchand possono competere con Elsa de’ Giorgi e Nino Besozzi (oltretutto il fatto che Marchand sia più basso di Lanvin introduce un elemento di “sottomissione” assente nella versione italiana); Alexandre D’Arcy, baffuto secondo convenzioni d’epoca che identificano così il “cattivo”, è più banale di Mino Doro (che, forse a posteriori, incarna semmai il cliché del “fascista”); e Robert Pizani e Raymond Cordy “surrecitano” rispetto alla v. it. (anche se bisogna ammettere che è Camerini che ha permesso di aggiungere qualche battuta di troppo alle loro performances).

Concludo dunque dicendo che, realizzando tre versioni del film, Camerini ha esercitato due opzioni opposte: calco per la v. fr. del 1933; ribaltamento “a specchio”, come ho cercato di dimostrare, per quella del 1943. In ogni caso, un capolavoro “a tre facce”.

 

foto

 

Pubblicato in «Cabiria», n. 169, settembre-dicembre 2011, pp. 97-100

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