Breve storia del documentario italiano (2)

diario

Diario di un maestro

I documentari di lungometraggio

Fin dal 1945, accanto alla produzione di cortometraggi emerge quella di lungometraggi a carattere documentario. Possiamo individuare quattro generi.

giorni

Giorni di gloria

armi

All’armi siam fascisti!

1) Il film di montaggio. Comprende una ventina di titoli, a cominciare da Giorni di gloria (1945), coordinato da Mario Serandrei e Giuseppe De Santis, dove vengono montati materiali di repertorio sulla Resistenza, scene girate da Marcello Pagliero (la scoperta delle Fosse Ardeatine) e da Visconti (il processo al Questore di Roma Pietro Caruso e il linciaggio del direttore del carcere di Regina Coeli Donato Carretta), nonché scene di lotta partigiana “ricostruite” da De Santis. Il metodo di mescolare repertorio e fiction viene utilizzato nei cortometraggi di analogo argomento La nostra guerra (1945) di Lattuada e L’Italia s’è desta (1947) di Paolella, nonché nel lungometraggio Guerra alla guerra (1946) di Romolo Marcellini. Un tentativo isolato resta Cavalcata di mezzo secolo (1950-52), progettato dal produttore Carlo Infascelli e coordinato da Emmer, un film invisibile da molti anni. Negli anni Sessanta il film di montaggio assume una nuova coscienza politica, a cominciare da All’armi siam fascisti! (1961) di Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Miccichè, con testo di Franco Fortini, ottima ricostruzione critica del fascismo, che giunge fino ai nostri giorni. In La rabbia (1962) gli anni recenti vengono rivisitati in due episodi “da sinistra” (Pasolini) e “da destra” (Giovanni Guareschi). Gott mit Uns (1963) del critico Fernaldo Di Giammatteo è un attento riesame del nazismo. Ça ira, il fiume della rivolta (1964) di Tinto Brass ricostruisce con disinvoltura le varie rivoluzioni del secolo. Nel quinto episodio della serie televisiva L’età del ferro (1963-65) Rossellini cataloga le più curiose invenzioni che hanno caratterizzato il progresso industriale. Sul fascismo torna Fascista (1974) di Nino Naldini e sulla Resistenza il notevole Lotta partigiana (1975) di Paolo Gobetti e Giuseppe Risso. Bianco e nero (1975) di Paolo Pietrangeli analizza il neofascismo con interviste miste a repertorio e Forza Italia! (1977) di Roberto Faenza irride un po’ goliardicamente il potere democristiano. Terminato nel 1973 ma edito solo nel 1978 è l’ottimo Homo sapiens di Fiorella Mariani. Rari e splendidi esempi di film di montaggio creativi sono, fra gli altri, Karagoez-Catalogo 9,5 (1981) e Dal Polo all’Equatore (1986) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi. Fra gli esempi più recenti I 600 giorni di Salò (1991) e Succede un quarantotto (1994) di Nicola Caracciolo e Valerio Marino, che montano e commentano convenzionalmente materiali poco noti o inediti.

india

India Matri Bhumi

2) Il film di viaggio, etnologico ed esotico. Il primo film del genere è una coproduzione Luce, Una lettera dall’Africa (1951) di Leonardo Bonzi, che però ha scarso successo, al contrario di Magia verde (1952) di Gian Gaspare Napolitano, sull’America centrale, che lancia un genere assai popolare negli anni Cinquanta. Seguono fra i titoli di maggior rilievo: Sesto continente (1953) di Folco Quilici, sugli oceani, un sottogenere di cui diventa uno specialista, sia in campo documentario (Oceano, 1971) che nella fiction; Eva nera (1954) di Giuliano Tomei, una sorta di film inchiesta sulla donna africana a metà strada fra documentario e fiction che ha scarso successo di pubblico; India favolosa (1954) di Giulio Macchi; Continente perduto (1955) sulla Cina e l’Indonesia e L’impero del sole (1955) sul Perù, a cui collaborano a vario titolo Mario Craveri, Enrico Gras, Giorgio Moser e Leonardo Bonzi; Paradiso terrestre (1956) di Emmer, sulle popolazioni primitive, India Matri Bhumi (1957-59) di Rossellini, film in quattro episodi tra fiction e documentario, realizzato parallelamente alla serie televisiva in 10 episodi L’India vista da Rossellini/J’ai fait un beau voyage, che si distacca dal genere ed è piuttosto una riflessione saggistico-filosofica sulla civiltà indiana; La muraglia cinese (1958) di Carlo Lizzani; Mondo cane (1962) di Gualtiero Jacopetti, che con questo e altri film introduce nel genere un sadismo scandalistico e una manipolazione della realtà di marca reazionaria che fanno sensazione.

europa

Europa di notte

3) Il documentario erotico. Nel clima degli anni Sessanta esplode il fenomeno di film che pur partendo da una premessa documentaristica finiscono per servirsene come pretesto per mostrare un’antologia di nudi o di scene piccanti. In fondo il meccanismo non è dissimile da quello del film hard core, che sacrifica ogni logica del racconto all’accumulo di sequenze porno. Inaugura involontariamente il genere Europa di notte (1959) di Blasetti, film di enorme successo sui nightclub più famosi del vecchio continente, cui fa seguire, già misto a elementi di fiction, Io amo, tu ami… (1961). Jacopetti, che ha a suo modo ravvivato il tradizionale commento dei cinegiornali con “Europeo Ciak” e poi con “Ieri, oggi e domani” a metà degli anni Cinquanta, è coautore di quello di Europa di notte. Il commento resta il perno del documentario italiano: sia esso letterariamente o poeticamente elaborato, come quelli di Fortini (All’armi siam fascisti!) e Pasolini (La rabbia) o sensazionalistico, come quelli di Jacopetti, che col suo La donna nel mondo (1963) annulla ogni possibile distinzione tra film esotico e film erotico.

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I nuovi angeli

4) Il film-inchiesta. Sono pochi ma significativi i titoli che si possono far rientrare sotto questa etichetta: I nuovi angeli (1961) di Ugo Gregoretti; Le italiane e l’amore (1961) supervisionato da Zavattini, con episodi di N. Risi, L. Mazzetti, P. Nelli, F. Maselli, G. Questi, G. F. Mingozzi, M. Ferreri, F. Vancini, C. Musso, G. Macchi, G. V. Baldi, e I misteri di Roma (1962-63), sempre supervisionato da Zavattini, reportage a più mani sugli aspetti meno noti della città; I ragazzi che si amano (1962) di Alberto Caldana; In Italia si chiama amore (1963) di Virgilio Sabel; il già ricordato I piaceri proibiti di Andreassi; Comizi d’amore (1964) di Pasolini e qualche altro.

In questi film si incrociano le teorie neorealistiche di Zavattini, l’influenza della televisione che da qualche anno si è aperta al documentario, l’eco del cinéma-vérité e del suo uso di attrezzature leggere per le riprese, nonché la voga del documentario erotico affrontato in questi casi con propositi non commerciali. Le italiane e l’amore non è che un epigono di L’amore in città: l’inchiesta di partenza è trasposta quasi sempre in episodi di fiction; i migliori sono quelli di Maselli, Questi, Musso, Baldi, Mingozzi e Macchi, e questi ultimi due sono gli unici che mantengano una forma documentaristica. I misteri di Roma (cui si possono affiancare il Cinegiornale della pace, 1963, e i Cinegiornali liberi, 1968-70, sempre coordinati da Zavattini) è invece esente da fiction e utilizza la macchina a mano e interviste in diretta; ma è anche la controprova dell’incapacità di Zavattini e dei suoi collaboratori (fra cui si ritrovano molti dei documentaristi più attivi negli anni Sessanta) di realizzare nella pratica le teorie del pedinamento e della quotidianità, e rivela inoltre tutta l’impreparazione tecnica tipica del documentarismo italiano proprio nel momento in cui cerca di rifarsi all’inchiesta televisiva e al cinéma-vérité. Gregoretti e Sabel sono fra gli iniziatori del documentarismo televisivo, assieme a Mario Soldati, cui si debbono le inchieste Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini (12 puntate, 1957-58) e Chi legge? Viaggio lungo le rive del Tirreno (7 puntate, 1959-60), e a Ugo Zatterin, autore di La donna che lavora (8 puntate, 1959) e Viaggio nell’Italia che cambia (1963). Gregoretti lavora in televisione dal 1956 dove si distingue con l’inchiesta Caccia al quadro (1959), con Sicilia del “Gattopardo” (1969, Prix Italia) e con la rubrica “Controfagotto” (1961); I nuovi angeli (1961-62) è un viaggio dalla Sicilia a Milano alla scoperta delle nuove realtà giovanili, suddiviso in episodi che mantengono la base documentaria pur elaborandola con moduli da fiction. Sabel aveva esordito nel cortometraggio col notevole e originale Una lezione di geometria (1948, in collaborazione col poeta, e matematico, Leonardo Sinisgalli), dove vengono annullati i confini fra scienza e arte, come nei successivi Un millesimo di millimetro (1950, sempre con Sinisgalli), Le ricerche del metano e del petrolio (1951, Nastro d’argento) e Una lezione di acustica (1951); alla fine degli anni Cinquanta, Sabel comincia a lavorare in televisione dove si fa notare con l’inchiesta Viaggio nel sud (10 puntate, 1958) e con Storia della bomba atomica (6 puntate, 1962); In Italia si chiama amore si distacca dal genere erotico per avvicinarsi piuttosto all’inchiesta televisiva, ibridando nella struttura episodica documentario e fiction con risultati più curiosi che convincenti. Alberto Caldana esordisce nel documentario realizzando fra l’altro Ceneri della memoria (1960), un bel mediometraggio, suddiviso poi dal produttore in tre cortometraggi, sulla deportazione degli ebrei di Roma e sul neofascismo; I ragazzi che si amano è un tentativo unico di cinéma-vérité italiano: due coppie di giovani raccontano le loro storie d’amore di fronte al regista-intervistatore reiscenandole come in uno psicodramma; ma la mediazione del cinema non riesce a far evolvere la situazione, e alla fine si ha la sensazione frustrante di una passiva registrazione di eventi.

soldati

Viaggio nella valle del Po

comizi

Comizi d’amore

Al contrario, Pasolini in Comizi d’amore (1963-64) si interroga di continuo sul senso della propria funzione di intervistatore; non si accontenta dei risultati bruti della sua inchiesta sul significato dell’amore fra classi sociali diverse e in diverse regioni d’Italia, ma la struttura a posteriori in capitoli e la fa confluire in un epilogo di fiction dove la “verità” trova una sintesi poetica e dove l’autore esplicita quasi teoricamente il conflitto dialettico fra la realtà e la sua inevitabile interpretazione stilistica. Pasolini continua a riflettere in forma documentaria e saggistica sul proprio personalissimo rapporto con la realtà in altre opere che alterna ai film più noti: Sopralluoghi in Palestina (per Il Vangelo secondo Matteo, 1963), Appunti per un film sull’India (1968), Appunti per un’Orestiade africana (1968-1973), Le mura di Sana’a (1970); sicché si può affermare che il cinema italiano trova in lui, a sorpresa, uno dei suoi maggiori documentaristi.

marane

La canta delle marane (Cecilia Mangini, 1960)

processioni

Processioni in Sicilia

Gli anni Sessanta

La maggiore libertà espressiva del periodo produce i suoi effetti anche nel campo del cortometraggio. Negli anni precedenti gli autori di sinistra debbono superare enormi difficoltà produttive e censorie per riuscire a realizzare i loro progetti di documentari politici o di impegno sociale. Ricordo Quando il Po è dolce (1952) di Renzo Renzi, sorta di film-inchiesta ante litteram, Cristo non si è fermato ad Eboli (1952) di Michele Gandin, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (1953) di Fausto Fornari, San Miniato, Luglio ’44 (1954), film di esordio dei fratelli Taviani e di Valentino Orsini, Il delitto Matteotti (1956) e I fratelli Rosselli (1959) di Nelo Risi, Non basta soltanto l’alfabeto (1959) di Gandin. A volte è l’intervento produttivo del PCI a dare voce a temi politici, come nel collettivo Togliatti è tornato (1948), coordinato da Basilio Franchina e Carlo Lizzani, sul ritorno del dirigente comunista nella vita politica dopo l’attentato del 14 luglio, e in Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato (1950) di Carlo Lizzani, assai curiosi entrambi perché mantengono la struttura formale del cinegiornalismo più tradizionale, voce dello speaker compresa, variando solo i contenuti.

antimiracolo

L’antimiracolo (Elio Piccon, 1965)

Nel clima più aperto degli anni Sessanta, nonostante il permanere di pressioni produttive e censorie, riescono comunque a emergere documentaristi interessati a trattare temi politici, a mostrare un mondo contadino che continua a vivere ai margini del boom economico, a denunciare situazioni di conflittualità sociale. I nomi più rappresentativi sono quelli di Mario Carbone, Toni De Gregorio, Lino Del Fra, Carlo Di Carlo, Giuseppe Ferrara, Michele Gandin, Ansano Giannarelli, Ennio Lorenzini, Cecilia Mangini, Lino Micciché, Massimo Mida, Piero Nelli, Giuseppe Taffarel. Fra le case di produzione e i produttori ricordiamo la sempre attiva Documento, la SEDI (che realizza anche un cinegiornale) di Enzo Nasso, la Nexus di Giorgio Patara e la Corona di Ezio Gagliardo. Formalmente la gran parte di questi documentari non si discosta dalla tradizione: immagini mute o con qualche suono d’ambiente, commento e musica illustrativi e ridondanti, riprese descrittive peggiorate verso la fine del decennio dall’imperversare dello zoom, scarsa presenza di uno stile personale; ideologicamente poi si riscontra, specie nei commenti, un punto di vista veteromarxista. E tuttavia bisogna riconoscere che nel loro insieme questi cortometraggi costituiscono una documentazione “a futura memoria” di una realtà che il lungometraggio di finzione è meno interessato a registrare, come se l’emarginazione produttiva a cui il genere è costretto spingesse i registi a trattare temi anch’essi marginalizzati. Selezionando con pazienza nella grande quantità è possibile isolare qualche titolo che meno di altri risente del conformismo formale imperante (che dipende anche, va ricordato, dalle umilianti condizioni di produzione); qualche esempio: Firenze, novembre ’66 (1966) di Carbone, La bella contrada (1965) di De Gregorio, Fata Morgana (1961) di Del Fra, Inchiesta a Perdasdefogu (1961) di Ferrara, Processioni in Sicilia (1964) di Gandin, Portuali (1961) di Lorenzini, Quartiere senza volto (1962) di Mida, Radiografia della miseria (1967) di Nelli, Fazzoletti di terra (1973) di Taffarel.

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Magia lucana

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Il male di San Donato

In quest’ambito la personalità più interessante è quella di Luigi Di Gianni, che si specializza in film a carattere etnografico sull’Italia meridionale, documentando in particolare i riti magico-religiosi che ancora sopravvivono nelle campagne. Senza pregiudizi e con la passione di un testimone coinvolto, Di Gianni si preoccupa di registrare una realtà in via di estinzione e per farlo si serve spesso del suono diretto o in presa diretta; i suoi cortometraggi sono sempre meno delle opere concluse in se stesse e sempre più frammenti di un progetto più ampio di catalogazione etnografica. Fra quelli più riusciti ricordo: Magia lucana (1958), Pericolo a Valsinni (1959), Frana in Lucania (1959), Grazia e numeri (1962), Il male di San Donato (1965), Viaggio in Lucania (1965), Il culto delle pietre (1967), La possessione (1971), L’attaccatura (1971).

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La casa delle vedove

Le nuove tecniche: Baldi, Mingozzi, Amico

Il documentarismo “di sinistra” tradizionale mette i contenuti al primo posto e riflette poco sui problemi formali e sulle tecniche; altri autori, che pure non sottovalutano i temi prescelti, partono invece da una diversa impostazione. È in sostanza il rilievo dato alla presa diretta che consente a Gian Vittorio Baldi, Gianfranco Mingozzi e Gianni Amico di distinguersi dai loro colleghi con opere anche tecnicamente più moderne; inoltre, i loro documentari partono da una lunga familiarità con i temi trattati, che consente loro fra l’altro di girare rapidamente entro i limiti produttivi (il budget medio di un cortometraggio nei primi anni Sessanta è di 1.250.000 lire); infine, i contatti col documentarismo internazionale, nonché, nel caso di Baldi e Amico, la familiarità con Rossellini, consente loro di sprovincializzare il documentario italiano.

Oltre a un film di montaggio per la tv (Cinquant’anni 1898-1948, 10 puntate, 1958-59), Baldi realizza tre cortometraggi a carattere etnografico nell’alto Lazio (Il pianto delle zitelle, Vigilia di mezza estate, La notte di San Giovanni, 1958) per poi passare a documentari più costruiti, girati a Roma (Via dei Cessati Spiriti, 1959, La casa delle vedove, 1960, Leone di San Marco a Venezia e Nastro d’argento, Luciano, via dei Cappellari, 1960, premio speciale a Tours) e a Torino (Ritratto di Pina e Il bar di Gigi, 1960), tutti caratterizzati da padronanza formale e da un rapporto documentato con la realtà. Nel 1962 passa al lungometraggio sviluppando uno dei suoi cortometraggi (Luciano, 1963, uscito fugacemente nel 1967); in questo film ma soprattutto nei successivi Fuoco! (1968), una tragedia familiare in un paesino del Lazio, Anni duri (1977), film televisivo su un operaio della Fiat negli anni Cinquanta, e ZEN-Zona Espansione Nord (1988), sull’assistenza sociale della Chiesa in un quartiere degradato di Palermo, Baldi elabora il materiale di fiction con tecniche documentaristiche, ottenendo eccellenti risultati, che lo apparentano per certi versi, compresa l’emarginazione, a De Seta. Non va poi dimenticata la sua attività di produttore a basso costo (molti cortometraggi e alcuni lungometraggi di Mingozzi, N. Risi, Pasolini e Bresson, fra gli altri) e di fondatore con Grierson e Ivens dell’AID (Association Internationale des Documentaristes, 1964).

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Li mali mistieri

Mingozzi alterna nella sua attività documentaristica due tendenze contrastanti: da una parte un gusto estetico che lo apparenta al documentarismo tradizionale, compreso il rilievo dato al commento (Via dei Piopponi, 1962, Il putto, 1963, Li mali mistieri, 1963; quest’ultimo, il migliore, è una ballata con testo del poeta siciliano Ignazio Buttitta sull’“arte di arrangiarsi” a Palermo); dall’altra un realismo etnografico analogo a quello di Di Gianni e Baldi, dove Mingozzi impiega Arriflex e suono diretto senza però rinunciare a commenti “firmati” (La taranta, 1962, con testi di Salvatore Quasimodo, Con il cuore fermo, Sicilia, 1965, con testo di Sciascia, Leone di San Marco a Venezia). Grazie a Baldi, Mingozzi fa nel 1964 uno stage presso l’ONF (Office National du Film) a Montréal assieme al suo operatore Ugo Piccone (che lavorerà anche con Straub, Baldi e Bertolucci); ciò consente a entrambi di affinare le loro tecniche di ripresa leggera, nonché di realizzare due bei documentari, Note su una minoranza, sul versante cinéma-vérité, e Il sole che muore, su quello “estetico”. Successivamente Mingozzi alterna lungometraggi di fiction realizzati per il cinema e la televisione, documentari sul cinema (Michelangelo Antonioni, storia di un autore, 1966, L’ultima diva: Francesca Bertini, 1982, 3 puntate, Bellissimo, immagini dal cinema italiano, 1985, Storie di cinema e di emigranti, 1986, 7 puntate) e documentari etnografici che si rifanno alle sue prime esperienze (Sulla terra del rimorso, 1982, sul tarantismo, e La terra dell’uomo, 1988, 3 puntate mai trasmesse dalla RAI, che riprende fra l’altro il materiale girato in Sicilia nel 1963 per il lungometraggio incompiuto La violenza, sull’esperienza di Danilo Dolci, apostolo della “non violenza”).

insistiamo

Noi insistiamo!

jazz

Appunti per un film sul jazz

Amico realizza alcuni bei documentari sulla musica jazz e brasiliana, che conosce molto bene (Noi insistiamo!, 1964, Appunti per un film sul jazz, 1965, in presa diretta, Ahi! Vem o samba, 1968, 3 puntate), sul cinema neorealista (Il cinema della realtà, 1965 prodotto da Baldi), inchieste televisive (in particolare va ricordato Lo specchio rovesciato, 1980, 3 puntate, in co-regia con Marco Melani, sui portuali di Genova), un originalissimo “film familiare”, Diario di Manarola (1987), in cui fa convergere in video alcuni super8 privati e gli appunti per un progetto di film sull’esperienza del pittore Telemaco Signorini alle Cinque Terre, in Liguria, e Gramsci l’ho visto così (1988), notevole esempio di documentario biografico-saggistico. Il suo primo film di fiction, Tropici (1968), girato in Brasile, deve molto alla sua esperienza di documentarista e resta un modello di questo tipo di incroci.

bambini

I bambini e noi

Ancora la televisione

Per quanto esemplari, non si può tuttavia dire che le innovazioni di Baldi, Mingozzi e Amico imprimano una svolta al documentarismo italiano degli anni Sessanta. Protagonista di un cambiamento è invece, con tutti i suoi limiti istituzionali, la televisione. Una tendenza è quella dell’inchiesta, di cui abbiamo già parlato e di cui vanno ricordati altri esempi di ricerca originale: L’Italia non è un paese povero (1959, 3 puntate) di Joris Ivens, commissionato da Enrico Mattei per pubblicizzare le attività dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) da lui presieduto, a cui collaborano i fratelli Taviani e Valentino Orsini, e che la RAI trasmette con 25’ di tagli; La lunga strada del ritorno (1962, 3 puntate) di Blasetti, testimonianze di reduci della Seconda guerra mondiale; Noi e l’automobile (1962, 5 puntate) di Luciano Emmer; La casa in Italia (1964, 4 puntate, tre delle quali censurate dalla RAI) di Liliana Cavani; La via del petrolio (1966, 3 puntate) di Bernardo Bertolucci, un viaggio “poetico” dall’Iran, dove il petrolio viene estratto, a Genova, alla Valle d’Aosta, fino in Baviera, dove viene raffinato; I bambini e noi (1970, 6 puntate) di Comencini, rieditato con l’aggiunta di nuove interviste agli ex bambini sette anni dopo, nonché, sempre di Comencini, L’amore in Italia (1978, 5 puntate); Chung-kuo. Cina (1972, 3 puntate, edito anche in versione corta) di Antonioni, splendido reportage che risulta sgradito alle autorità cinesi dell’epoca; La notte della Repubblica (1989) e altre inchieste di Sergio Zavoli.

petrolio

La via del petrolio

A parte vanno considerati due casi esemplari ma totalmente opposti. Nanni Loy, più noto come regista di film di fiction, realizza nel 1964 una serie televisiva in 8 puntate, Specchio segreto, che ottiene un grande successo e suscita molte discussioni per i metodi con cui viene condotta l’inchiesta, riaccese dalla riedizione del 1978. Loy va contro le regole e la morale canonica del cinéma-vérité e del direct cinema: la macchina da presa è nascosta, a volte addirittura dietro un falso specchio, e le situazioni “spontanee” vengono provocate da falsi intervistatori che recitano ruoli paradossali per coinvolgere passanti ignari del trucco; ciò non toglie che questa trasmissione, a metà fra documentario e commedia all’italiana, abbia il potere di rivelare, casomai subdolamente, alcune verità del carattere degli italiani. Analogo è il metodo seguito da Loy in altre due trasmissioni, Viaggio in seconda classe (1977, 10 puntate), che si svolge tutta in treno lungo l’Italia, e che gli dà lo spunto per un bel film con Nino Manfredi, Café express, e Candid Camera Show (1988). De Seta realizza nel 1972 Diario di un maestro (4 puntate, ma esiste anche una versione di 135’ per il cinema): sulla traccia del libro Un anno a Pietralata del maestro Albino Bernardini, si serve di un attore, Bruno Cirino, per provocare in una classe elementare della borgata romana situazioni rivelatrici del degrado ambientale e costruire attraverso un lavoro di gruppo un’ipotesi di riscatto. Il film, girato in presa diretta e in 16mm, è uno dei capolavori del cinema italiano, e l’esempio più autorevole delle possibilità offerte da una commistione di fiction e documentarismo. Puramente documentario è invece Quando la scuola cambia (1979, 4 puntate). Le prove più recenti di De Seta nel campo del documentario sono Hong Kong. Città di profughi (1979-80, 3 puntate), Un carnevale per Venezia (1983) e, dopo un lungo silenzio, In Calabria (1993).

Un altro settore della televisione che meriterebbe una ricognizione dettagliata è quello delle rubriche giornalistiche e culturali, che a volte nascondono brevi interventi documentari di notevole livello. Mi limito a ricordare alcune testate: “RT-Rotocalco televisivo” (1962), “TV7” (1963-1971), che resta la più famosa, “Almanacco” (nata nel 1963), “L’Approdo” (1966-1973), “Zoom” (nata nel 1966), “AZ” (nata nel 1967), “Sapere” (1967-1971), “Stasera” (nata nel 1972), “Settimo giorno” (1974), “Odeon” (1976-1978), che rinnova il genere, “Mixer” (nata nel 1980 e tuttora attiva), nonché la serie “Io e…” (1972-1974), in cui un personaggio della cultura o dell’arte viene messo a confronto con un’opera d’arte e alla quale collaborano fra gli altri Emmer e Paolo Brunatto.

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Appunti biografici su Roberto Rossellini

Andrebbero poi esaminati nel mare magnum della televisione gli “special”, trasmissioni di 60’-90’ a tema unico. Un settore particolare che ho potuto studiare è quello degli “special” sul cinema, in cui si trovano ottimi documentari come Appunti biografici su Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Autoritratto di Giulio Macchi, entrambi del 1964, Un’ora (e 1/2) con il regista di “8 1/2” (1964) di Sergio Zavoli, Mastroianni, un Casanova dei nostri tempi (1965) di Antonello Branca, Zavattini. Parliamo tanto di me (1968) di Fabio Carpi, Bertolucci secondo il cinema (1976) di Gianni Amelio e ABCinema (1975) di Giuseppe Bertolucci, entrambi sulla lavorazione di Novecento di Bernardo Bertolucci, A futura memoria (1985) di Ivo Barnabò Micheli, su Pasolini (questi ultimi due non prodotti dalla RAI).

Una trasmissione particolare, forse unica a livello internazionale, è la “diretta” da Vermicino. Fra il 12 e il 13 giugno 1981 RAI 1 e RAI 2 seguono a reti unificate per 18 ore consecutive il tentativo di recupero di un bambino caduto in un pozzo incustodito nei pressi di Roma; malgrado tutti gli sforzi, compreso l’intervento di volontari, l’operazione fallisce dopo aver tenuto col fiato sospeso milioni di italiani. È, involontariamente, l’esempio-limite e il superamento del cinéma-vérité: realtà assoluta che contiene una costruzione “narrativa” a suspense, ma senza catarsi finale.

In anni recenti la televisione si orienta sulla cosiddetta tv-verità, che scandaglia le più diverse realtà in diretta o in differita rinunciando alla mediazione del cinema e riuscendo a coinvolgere anche spettacolarmente lo spettatore con mezzi molto semplici. Le trasmissioni più famose sono “Telefono giallo”, “Io confesso”, “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto?”.

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Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-nam

Documentari militanti e documentari sperimentali

Fuori dalla produzione destinata immediatamente al cinema e alla televisione, se ne manifesta negli anni Sessanta una di intervento politico, che in parte prosegue certe esperienze di cinema dei partiti di sinistra ma in parte le supera e, col ’68, vi si oppone.

Un esperimento anticipatore è quello di Scioperi a Torino (1962), di Carla e Paolo Gobetti, un film di mezz’ora girato in 16mm con suono diretto, con commento di Franco Fortini; nonostante certi difetti tecnici, il film è un resoconto non convenzionale delle lotte operaie alla Lancia e alla Fiat. Nel 1964 viene costituita a Roma su iniziativa comunista e socialista l’Unitelefilm (il cui patrimonio archivistico diventa il nucleo iniziale dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, costituitosi nel 1979) per produrre, distribuire e conservare il cinema documentaristico di tipo prevalentemente politico. Fra le produzioni ricordo: L’Italia con Togliatti (1964) coordinato da Glauco Pellegrini, sui funerali del dirigente comunista; Della conoscenza (1968) di Alessandra Bocchetti, un documentario del movimento studentesco con una elaborazione formale di ascendenza godardiana; Apollon, una fabbrica occupata (1969) e Contratto (1970) di Ugo Gregoretti, il primo un infelice tentativo di mettere in scena, con la collaborazione dei protagonisti, un’occupazione; il secondo, meno ambiguo e più documentaristico, sugli scioperi dei metalmeccanici nel cosiddetto “autunno caldo” del 1969; La casa è un diritto non un privilegio (1970) di Anna Lajolo, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi e Paola Scarnati; Giuseppe Pinelli, più documentario, e Ipotesi sulla morte di Pinelli, più di fiction, e più riuscito, entrambi del 1970, promossi dal Comitato cineasti italiani contro la repressione, il primo coordinato da Nelo Risi, il secondo da Elio Petri, su un famoso episodio di “suicidio” in questura di un operaio sospettato di aver partecipato alla strage di Milano del 12 dicembre 1969, che innesca la “strategia della tensione”; La salute è malata (1971) di Bernardo Bertolucci, un documentario corretto ma inferiore alla fama del regista; Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-nam (1972) di Ettore Scola, bella docufinzione su un operaio che emigra da un paese della Campania (lo stesso dove è nato Scola) per andare a lavorare alla Fiat (Scola ha al suo attivo altri film di carattere documentaristico-politico); Bianco e nero (1975) di Paolo Pietrangeli; Fortezze vuote (1975) di Gianni Serra, sulla ristrutturazione degli ospedali psichiatrici in Umbria; Panni sporchi (1980) di Giuseppe Bertolucci, ottima variazione documentaria sugli emarginati che popolano la stazione di Milano dove è ambientato anche il contemporaneo lungometraggio di fiction Oggetti smarriti.

A fianco di queste iniziative si registrano inoltre quattro “Cinegiornali del movimento studentesco” (1968), con alcuni materiali preziosi banalizzati in sede di montaggio e missaggio, e 12 dicembre (1970-72), promosso da “Lotta continua”, con materiali girati da Pasolini, Maurizio Ponzi e Giovanni Bonfanti, che firma la regia, un viaggio dalla Sicilia al nord nell’Italia della strage di Milano.

Altri documentari si manifestano sull’onda del ’68 sia nell’ambito dello sperimentalismo sia in quello della sinistra extraparlamentare. Splendidi esempi di documentari girati con spirito amatoriale sono quelli realizzati da Paolo Brunatto durante il suo periodo underground, che si inserisce salutarmente nella sua più tradizionale attività di documentarista televisivo: Vieni, dolce morte… (1967-68), su un viaggio iniziatico dalla Turchia al Nepal, Oserò turbare l’universo? (1969-70, 8mm), sulla sua vita in una casa di campagna in Toscana, Tashi Jong (1973, super8), su un villaggio tibetano. Guido Lombardi, anche lui proveniente dall’underground, realizza con la moglie Anna Lajolo D – Non diversi giorni… e & – Là il cielo e la terra si univano… (1972), di ardita e rigorosa concezione sperimentale, e, più in linea con un cinema d’inchiesta militante, E nua ca simu a forza du mundu (1971), assieme a un altro transfuga dell’underground, Alfredo Leonardi, sugli incidenti di lavoro nei cantieri edili, prodotto dalla RAI ma mai trasmesso; successivamente il terzetto realizza vari video documentari, fra cui in particolare L’isola dell’isola (1977), indagine su una comunità sarda; di nuovo da soli, Lombardi e Lajolo realizzano vari documentari in 16mm e in video per la RAI.

anna

Anna

Alberto Grifi, altro cineasta sperimentale, e Massimo Sarchielli registrano nel 1972 a Roma, in video 1/4 di pollice, undici ore di materiale su una freak out che viene ospitata in casa del secondo nel tentativo di “salvarla”. Nel 1975 montano 4 ore e 30’ di questo materiale e lo trasferiscono in 16mm con un’apparecchiatura inventata allo scopo; il film, Anna, presentato a Berlino e a Venezia, è un capolavoro: non solo rappresenta un superamento del cinéma-vérité ma fa un uso profetico del video, un mezzo molto più leggero ed economico del 16mm che consente di riprendere eventi qualsiasi senza fretta e che, nella sua domesticità, predispone, come in questo caso, a un coinvolgimento personale, circolare, fisico con il soggetto ripreso.

Di ispirazione più immediatamente politica sono alcuni documentari che meglio riescono a superare la contraddizione tra forma e contenuto tipica della opere “di sinistra”, per esempio Seize the Time (1968-70) di Antonello Branca, girato in USA a contatto con le Black Panthers.

nessuno

Nessuno o tutti

Marco Bellocchio, che aveva già dato nel 1969 due contributi cinematografici militando nell’Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti, realizza nel 1974 assieme a Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli Nessuno o tutti (la versione corta, gonfiata in 35mm, si intitola Matti da slegare), un film sull’esperienza progressista degli ospedali psichiatrici di Parma e dintorni di forte impatto emotivo, nonostante un uso poco pensato della tecnologia leggera; il quartetto prosegue l’esperienza documentaristica col meno riuscito La macchina cinema (1978, 4 puntate), sulle emarginazioni che tale macchina produce. Da solo Bellocchio gira un bel film diaristico, Vacanze in Val Trebbia (1980) e un documentario-inchiesta sul terrorismo, Sogni infranti: ragionamenti e deliri (1995).

amore

D’amore si vive

Pianeta azzurro

Pianeta azzurro

Silvano Agosti partecipa al Movimento studentesco girando alcuni notevoli materiali per i loro cinegiornali (successivamente rimontati in Vent’anni d’oblio, 1988), realizza altri documentari militanti e, sulla scia delle esperienze con i malati mentali, torna a Parma nel 1983 dove gira in video D’amore si vive, cui segue, sempre in video, Bell’amore (1986). Si tratta di una serie di straordinari ritratti, filmati con grande semplicità e partecipazione affettiva, di uomini, donne, bambini che raccontano le loro anomale esperienze amorose. Frammenti di vite clandestine (1988-92) è una serie di interventi in video di 5’ sul vissuto di persone emarginate o addirittura recluse per la loro “diversità”, realizzati con amore e discrezione. Questa esperienza documentaristica di Agosti, questo suo “faccia a faccia” con una realtà umana emotivamente intensa, si riflette nel suo migliore lungometraggio di fiction, Quartiere (1987). Agosti ha inoltre prodotto e proiettato regolarmente nella sala che gestisce a Roma Pianeta azzurro (1978) di Franco Piavoli, un documentario sperimentale di sapore ecologico (ai precedenti documentari amatoriali di Piavoli è dedicata una puntata di La macchina cinema). Di Piavoli è esemplare per poesia e sensibilità formale Voci nel tempo (1996).

america

Piccola America. Gente del nord a sud di Roma

La dispersione del documentario

Ormai il documentarismo italiano non ha più regole da seguire. Il cortometraggio destinato ai premi di qualità continua a sopravvivere nella clandestinità; quello d’autore realizzato fino agli anni Sessanta (Emmer, Antonioni, Zurlini, De Seta, Andreassi, Baldi) non lascia eredi; certe recenti produzioni indipendenti realizzate in pellicola o in video con l’ambizione di compiacere il pubblico o come biglietti da visita per esordire nel lungometraggio preferiscono la fiction, con risultati spesso desolanti. La televisione non sembra più interessata a produrre documentari creativi ed è restia ad accogliere produzioni esterne che non siano di routine. Come nel cinema di fiction, comincia a manifestarsi negli anni Ottanta una produzione documentaristica spontanea, disordinata e dispersa, priva apparentemente di retroterra: come se si ricominciasse da zero. Il video contribuisce a questo fiorire sotterraneo di un nuovo documentarismo. Alcuni festival (Salsomaggiore, Bellaria, Torino, Roma, contraltari del Festival dei Popoli di Firenze, sede classica del documentarismo internazionale) offrono occasioni per mostrare a un pubblico più ampio opere altrimenti destinate a circuiti marginali. La produzione si moltiplica quantitativamente, e diventa difficile orientarsi. Mi limiterò, alla fine di questo lungo itinerario attraverso il documentario italiano, a fornire qualche indicazione su ciò che ho avuto occasione di vedere.

Processo per stupro (1979) di un collettivo femminista, eccezionalmente prodotto e trasmesso dalla RAI, riesce a comunicare la forza di ciò che mostra nonostante la tecnica assai approssimativa con cui è girato; lo stesso si può dire della successiva prova del collettivo, AAA Offresi (1981), su una prostituta, che invece la RAI rifiuta. Sassalbo provincia di Sidney (1981) di Luigi Faccini è un’efficace inchiesta su un paesino dell’entroterra toscano i cui abitanti sono per la maggior parte ex emigrati in Australia; la vocazione documentaristica di Faccini è confermata da Villa Glori (1988), un video prodotto dalla RAI regionale su una casa di accoglienza per malati di Aids a Roma. La vocazione (1983) di Gabriella Rosaleva è un bellissimo ritratto di religiose realizzato anch’esso in video per la RAI regionale.

dinamite

Dinamite, Nuraxi Figus, Italia

La produzione regionale della terza rete RAI, ormai interrotta, in particolare quella piemontese, offre occasioni di lavoro a molti videomakers. Fra questi si distingue Daniele Segre, che dal 1976 produce e dirige in video, ma talvolta anche in 16mm, documentari molto efficaci su realtà emarginate, come Ritratto di un piccolo spacciatore (1982), Vite di ballatoio (1986), che penetra nella vita privata di un gruppo di travestiti, Tempo di riposo (1991), confessione di un attore fallito che dopo questa prova, a suo modo anche un provino, torna a recitare per Segre in Manila Paloma Blanca (1992), altro esempio di film di fiction fortemente e felicemente contaminato dal documentario, e infine i più recenti Dinamite, Nuraxi Figus, Italia (1994), sui minatori, Come prima, più di prima t’amerò (1995) sui malati di Aids, e Paréven furmìghi (1997), che rievoca la ricostruzione di una sala cinematografica a Cavriago, in Emilia, nel secondo dopoguerra.

Giuseppe Bertolucci, che alterna regolarmente film di fiction e documentari, realizza fra gli altri Tuttobenigni (1983-86), reportage su una tournée del comico aretino che egli stesso ha lanciato in teatro, in televisione e poi in cinema con Berlinguer ti voglio bene (1977). Bruno Bigoni è autore di alcuni interessanti video, fra cui …nel lago (1986), sul Teatro dell’Elfo a Milano, e Nome di battaglia: Bruno (1987), intervista mista a elementi ricostruiti con la madre di un terrorista rosso morto in un tentativo di fuga. Un altro regista milanese che si cimenta col documentario è Silvio Soldini, di cui ricordo il video Voci celate (1986), su un day hospital per malati di mente, e il cortometraggio Femmine, folle e polvere d’archivio (1992), originale film di montaggio prodotto dal Luce. Di Annalisa Scafi e Roberta Mazzoni è Il mio triste continente (1985), sconvolgente testimonianza in video di una ragazza cilena sopravvissuta alle torture. Splendido esempio di documentarismo sperimentale è il video N°0576 – Appunti per un documentario su Pozzuoli (1987) di Giuseppe Gaudino, primo abbozzo del suo notevole lungometraggio di esordio Giro di lune tra terra e mare (1997). Anche Roberta Torre ha girato, fra altri video, una anticipazione del suo lungometraggio di esordio, Tano da morire (1997), con Appunti per un film su Tano (1995). Altri autori meridionali di talento sono il videogruppo catanese cane capovolto che opera nel campo del found footage cinema e del fake documentary (la serie in progress Plagium), Antonietta De Lillo (l’ottima docufiction Racconti di Vittoria, 1995) e Mario Martone (Antonio Mastronunzio, pittore sannita, 1994, fra gli altri suoi documentari). Su una linea sperimentale si sta muovendo anche Pasquale Misuraca con delle originali e dense visualizzazioni di poesie e prose mediante materiali di repertorio nei brevi video Progetto poesia (1993) e Autoritratti vagabondi (1993: Kafka, Gramsci, Hitchcock, Pasolini); ottimo è anche il suo videosaggio Le ceneri di Pasolini (1994). Da seguire è l’attività di Fabio Segatori, autore in particolare di Il cuore e le gambe (Herzog) (1988), un insolito ritratto del regista tedesco. Un efficace film di montaggio misto a interviste è Piccola America. Gente del nord a sud di Roma (1991) di Gianfranco Pannone, film di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia sulle bonifiche degli anni Trenta e i nuovi insediamenti rurali e urbani. Scarno e rigoroso, girato in bianco e nero e senza voce off, è Boatman (1993) di Gianfranco Rosi, su Benares e il Gange. Figlio tardivo ma non per questo meno significativo del cinema diretto, così poco frequentato in Italia, è Fine pena mai (1994-95) di Enrica Colusso, non a caso formatasi a Londra, che segue senza retorica la vita quotidiana di quattro ergastolani nel carcere di Porto Azzurro.

cosa

La cosa

noistottus

Noistottus

Volendo concludere questa mappa con delle indicazioni per il futuro sceglierei due film. Il primo è La cosa (1990) di Nanni Moretti, scarna ed essenziale serie di interviste a militanti comunisti realizzate a caldo dopo la crisi del comunismo internazionale e prima del cambiamento di nome del PCI in PDS: è un esempio di come fare documentario televisivo in maniera efficace, senza ricorrere a sotterfugi tecnici e a inutili spettacolarizzazioni. Il secondo è un film in 16mm di 148’ intitolato Noistottus (in sardo vuol dire “Noi tutti”), realizzato nel 1987 da due ex allievi del CSC, Piero D’Onofrio e Fabio Vannini: attraverso interviste dal vero, interviste ricostruite, materiale d’archivio e riprese documentarie questo film ripercorre la storia e le lotte dei minatori sardi dal 1906 a oggi. Si tratta di uno dei più bei documentari del cinema italiano, esemplare per l’uso delle varie tecniche, fiction compresa, e soprattutto per il modo inedito con cui esse si alternano in fase di montaggio nei vari segmenti del film; Noistottus è qualcosa di più di una bella ricostruzione storica o di un efficace documentario didattico: è la proposta di un modo nuovo e libero di concepire il documentarismo, un esempio di cinema saggistico. Che questo film sia rimasto praticamente sconosciuto la dice lunga sull’emarginazione di cui ha sofferto, soffre e certamente soffrirà ancora il documentario in Italia.

 

Pubblicato col titolo redazionale Itinerario personale nel documentario italiano in Lino Miccichè (a cura di), Studi su dodici sguardi d’autore in cortometraggio, Associazione Philip Morris Progetto Cinema/Lindau, Torino 1995, pp. 281-295; riproposto, con qualche minima variazione, e col titolo Primi approcci al documentario italiano, in A proposito del film documentario, «Annali» dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, 1, Roma, 1998, pp. 40-67.

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