La rifondazione del documentario italiano

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Un’ora sola ti vorrei

Per cominciare, qualche titolo e qualche autore di documentari di medio e lungometraggio recenti: Voci nel tempo (1996) di Franco Piavoli; Sul 45° parallelo (1997) di Davide Ferrario; Marcello Mastroianni. Mi ricordo, sì io mi ricordo (1997) di Anna Maria Tatò; Trent’anni di oblio (1968-1998) di Silvano Agosti; New York e il mistero di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci (1994-1998) di Giorgio Baratta; L’America a Roma (1998) di Gianfranco Pannone; Su tutte le vette è pace (1998) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi; In cerca della poesia: tracce e indizi (1998) di Giuseppe Bertolucci; I lupi dentro (1999) di Raffaele Andreassi; Bibione Bye Bye One (1999) di Alessandro Rossetto; Enzo, domani a Palermo! (1999) di Daniele Ciprì e Franco Maresco; Non mi basta mai (1999) di Guido Chiesa e Daniele Vicari; Incontrare Picasso (1954-2000) di Luciano Emmer; Roma A. D. 000 (2000) di Paolo Pisanelli; Asuba de su serbatoiu (Sul serbatoio) (2001) di Daniele Segre; «…addio del passato…» (2002) di Marco Bellocchio; Un’ora sola ti vorrei (2002) di Alina Marazzi.

Mi sono limitato a un solo titolo per autore, anche quando altri premono per essere ricordati; e ci sono naturalmente film che non ho visto. Mi sembra comunque che quelli elencati siano sufficienti, per la loro eccellenza e originalità, a disegnare un paesaggio della nonfiction italiana che in pochi anni sembra non solo aver fatto dimenticare, a sorpresa, il relativo deserto precedente ma anche segnare un decisivo rinnovamento rispetto a una tradizione nazionale che appare, retrospettivamente, ancorata a una diversa idea del documentario. Succede insomma un po’ la stessa cosa che nel campo, assai più vasto o almeno più visibile, della finzione: i migliori autori, giovani o meno giovani, è come se non avessero conti da rendere col passato, o solo col proprio solitario operare. La crisi del nostro cinema negli anni ’70 e ’80 ha avuto almeno questo di produttivo: ricominciare da capo su presupposti nuovi, e convincere autori altrimenti disoccupati a investire il loro talento fuori dalla finzione; anche se il prezzo da pagare è stato ed è l’isolamento, la frammentazione delle esperienze e, male comunque endemico del documentario, la scarsa visibilità.

Ma anche questo non è esatto: qualche provvidenziale uscita sugli schermi, i canali tematici o a pagamento delle televisioni, la distribuzione home video, la presentazione in festival specializzati o generalisti, che di recente da noi si sono moltiplicati o hanno aperto, quasi fosse una moda, finestre prima assai più scarne, hanno indubbiamente dato nuova luce, per quanto marginale, a quel figlio bastardo del cinema che è il documentario; alcuni produttori, prima votati alla finzione, hanno investito in questo campo cogliendone al volo le potenzialità; soprattutto, alcuni autori non “specializzati” hanno sentito il bisogno di confrontarsi con un diverso modo di fare cinema (o video) senza agire con la mano sinistra.

lupi

I lupi dentro

Si è trattato di una breve stagione? Mentre continua, caso quasi unico in Europa, il disinteresse “instituzionale” di RAI e Mediaset per il documentario, se non in forme sensazionalistiche e piattamente divulgative, l’apertura di un varco costituita da Tele + sembra svanita con la sua confluenza, assieme a Stream, nella Sky Italia di Murdoch. Possiamo certo sperare nelle coproduzioni straniere, interessate a sapere qualcosa di meno vacuo sul nostro paese, e nel basso costo, quindi nell’autofinanziamento in assenza di prospettive distributive immediate, ulteriormente accentuato dalla diffusione del digitale; ma su basi del genere non si può certo prevedere il consolidamento e la diffusione dei semi gettati dai nostri “pionieri” di fine secolo.

Intanto, vale la pena concentrarsi sulle opere e sui loro insegnamenti. Ho usato prima il termine di nonfiction anche se non mi piace, per la sua negatività e anglofonia. Ma sembra che nessuno abbia trovato di meglio per definire tutto ciò che non è finzione in senso proprio. Documentario, d’altra parte, connota ormai in maniera troppo limitativa un tipo di cinema che sempre meno si limita, appunto, a “documentare”: a basarsi sul principio, opposto a quello della finzione, che ciò che la macchina da presa o la videocamera registra è “reale”. È una vecchia storia, che data almeno da Dziga Vertov: la “finestra sul mondo” aperta dai Lumière, posto che fosse “oggettiva”, ha subìto negli anni una graduale erosione che ha fatto emergere a livello internazionale, decisamente dagli anni ’70 (F for Fake di Orson Welles può essere preso come titolo emblematico), il bisogno di soggettivizzare lo sguardo sulla realtà: come se l’accumularsi lungo il secolo di immagini e suoni riprodotti comportasse l’impossibilità di uno sguardo “vergine” e implicasse una riflessione sull’atto stesso del guardare. Film di compilazione di materiale d’archivio o famigliare (fino agli sperimentalismi del found footage film), film diaristici e autobiografici, film saggistici intervengono con sempre maggiore regolarità a interrompere l’”illusione di realtà” del cinema documentario: a spostare l’attenzione dallo sguardo al “montaggio” degli sguardi (e dei suoni). Al limite, diventa ormai difficile dire dove finisca la “verità” e cominci la “finzione”, o se si vuole la “narrazione”, nel cinema-che-documenta. Questa cornice, sostanzialmente estranea alla tradizione italiana, appare invece come il referente, non so quanto cosciente, della nostra esperienza degli ultimi anni, quasi che il periodo di digiuno fosse servito a un radicale ripensamento della nonfiction, confermando la “rifondazione” del documentario italiano su basi nuove.

Voci nel tempo

Voci nel tempo

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Sul 45° parallelo

Programmaticamente lontano dalla registrazione del reale è Voci nel tempo, più prossimo alla costruzione di un poema, sia pure basato su immagini che hanno la loro origine nella realtà: trasfusa però in una favola utopica, dove Piavoli dà fisicità “contadina” a una visione paradisiaca e “orientale” del mondo. Muovendosi con disinvoltura nello spazio, tra Reggio Emilia e la Mongolia, Ferrario sottopone in Sul 45° parallelo, più che in altri suoi documentari, il materiale registrato a una riflessione saggistica. Autobiografia e riflessione “in punto di morte” sulla (propria) vita fanno di Marcello Mastroianni. Mi ricordo, sì io mi ricordo una intensa ma a tratti, se si può dire, perfino ironica testimonianza di una vita vissuta in armonia, dove la raffinata “messa in scena” va attribuita in egual misura all’attore e alla sua compagna. In Trent’anni di oblio, quelli che ci separano dal ’68, Agosti riassume la sua militanza politica, così contigua nel tempo a quella più ampiamente umana, alternando i documenti da lui girati a caldo con testimonianze successive, in un viaggio nella memoria che riattualizza il passato per il presente. In New York e il mistero di Napoli Baratta, un filosofo, attinge disinvoltamente a varie forme di cinema, sperimentalismo compreso, per comporre un originale film-saggio su Gramsci che prolunga la sua precedente esperienza con Gianni Amico in Gramsci l’ho visto così (1988). Anche L’America a Roma di Pannone eccelle nel trascendere in direzione saggistica l’eterogeneità dei materiali da cui parte, facendo delle controfigure dei western all’italiana gli eroi inconsapevoli di una Roma che conserva la sua antica saggezza popolare.

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L’America a Roma

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Su tutte le vette è pace

Con Su tutte le vette è pace, fra i tanti altri della coppia Gianikian-Ricci Lucchi, siamo all’apice del found footage film: la “camera analitica” estrae riflessioni e poesia dalla granulosità pellicolare, dalla pelle della memoria, e spinge lo spettatore, inizialmente ipnotizzato, a interrogarsi nel profondo sulla forma e sul contenuto di ciò che vede. Rimontando il materiale di repertorio della RAI e intercalandolo con riprese nuove, Giuseppe Bertolucci dà nuova vita alle parole e alle facce dei nostri poeti; In cerca della poesia (uno degli episodi della serie Alfabeto italiano) testimonia insieme di una presenza e di un’assenza, di ciò che (anche televisivamente) abbiamo perduto e di ciò che dobbiamo a ogni costo ritrovare. Capolavoro che corona una ricca, e altrettanto sommessa, attività di documentarista, I lupi dentro è per Andreassi molto più della rievocazione dei pittori naïf della bassa padana che, a cominciare da Antonio Ligabue, ha contribuito a far scoprire: è l’attualizzazione, quasi da fantascienza, di una civiltà scomparsa, la riflessione calda su una visione della vita che il vecchio cineasta lascia come legato ai giovani. In Bibione Bye Bye One Rossetto, ironizzando nel titolo sull’anglicizzazione turistica di una località che conosce bene in prima persona, getta uno sguardo, certo amaro ma mai sprezzante, sui guasti della (in)civiltà in cui siamo costretti a vivere.

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Enzo, domani a Palermo!

Ciprì e Maresco, allontanandosi apparentemente dal loro consueto universo allucinato, e corteggiando le croci-e-delizie del fake documentary, finiscono per dichiarare il loro amore per il cinema con la mediazione paradossale di Enzo Castagna, «il più grande organizzatore cinematografico del mondo» come recita il sottotitolo di Enzo, domani a Palermo! In Non mi basta mai Chiesa e Vicari intrecciano le testimonianze e i ricordi di cinque protagonisti delle lotte operaie alla Fiat per comporre un intenso mosaico sulle loro scelte di vita alternative alla schiavitù della fabbrica, dove davvero “un mondo diverso è possibile”. In Incontrare Picasso Emmer, l’altro grande vecchio del nostro documentarismo assieme ad Andreassi, riprende in mano dopo tanti anni il suo Picasso, che negli anni ’50 venne smembrato in quattro cortometraggi, non solo per ricostruire e “restaurare” un’opera del passato ma soprattutto per rifletterci sopra a distanza, complice la propria voce.

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Roma A. D. 000

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Asuba de su serbatoiu

Roma A. D. 000 compone con montaggio tanto sapiente quanto “invisibile” il mosaico di una Roma antica di millenni, ricostruendolo, un po’ come Pannone, attraverso i frammenti di tante microstorie colte in attesa del Giubileo, dove sapienza e filosofica indolenza si danno la mano. Segre, il più engagé e per molti versi il più classico dei nostri documentaristi, trasforma in Asuba de su serbatoiu la cronaca di una rivendicazione del posto di lavoro in epos tragico, dove le vittime di una sconfitta sul piano del qui e ora diventano eroi della classe operaia ed emblemi di un’utopia senza fine. In «…addio del passato…» la nostalgia di un’arte che fu popolare, quella dell’opera lirica, di Verdi a Piacenza, trova in Bellocchio un traghettatore verso il futuro, con le movenze, la voce e l’ostinazione di una giovane che sa ciò che vuole. Ultimo, recente regalo del nostro documentarismo, Un’ora sola ti vorrei ricompone i film di famiglia degli Hoepli in una meditazione sul rapporto figlia-madre, con accenti di partecipazione emotiva esaltati dalla bellezza delle immagini, “messe in scena” dalla Marazzi.

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«…addio del passato…»

Nessuno di questi film deve più qualcosa alla tradizione italiana, sopravvissuta a quanto pare solo nella televisione di massa, con la sua voce fuori campo onnisciente che commenta, radiofonicamente, immagini cieche. Immagini e suoni si intrecciano invece in un moderno reticolo dove la presa diretta interagisce spesso contrappuntisticamente e la musica, quando c’è, non accompagna né commenta, semmai prolunga. Il punto di vista soggettivo, esibito forse solo in Un’ora sola ti vorrei, e un po’ più indirettamente in Enzo, domani a Palermo! e Incontrare Picasso, è tuttavia latente in tutti gli altri film, sicché la materia oggettiva viene trascesa, il documento dilatato fino ad assumere i toni della riflessione su temi più ampi. Preziosi sono gli insegnamenti che vengono dal montaggio, sperimentato in modi assai più complessi di quanto avvenga di solito nel nostro cinema di finzione, a riprova del fatto che il documentario moderno è un banco di prova dei propri mezzi espressivi spesso più ostico, anche per il critico. Le formule vi hanno scarso peso, l’invenzione senza rete sembra l’unica strada percorribile.

Questa rassegna di prototipi è anche un augurio a non desistere, ad allontanarsi un poco dalle chimere della finzione e dalle illusioni della visibilità. Fare documentari costa meno, ma l’apparente facilità iniziale impegna assai di più nella incessante ricerca del punto di vista migliore al quale ancorare una realtà che sembra sfuggire da tutte le parti.

 

Pubblicato in Marco Bertozzi (a cura di), L’idea documentaria, Lindau, Torino 2003, pp. 187-192

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